Il ritornello secondo cui al centro si litiga perché nessuno dei protagonisti è disposto a cedere sovranità del proprio minuscolo partito è ormai alla stregua del “non ci sono più le mezze stagioni”, “le persone di colore hanno il ritmo nel sangue”, e così via. È rassicurante. Perché plausibile – l’esperienza del fallimento del Terzo Polo nell’aprile 2023 del resto lo dimostra – e soprattutto perché evita di gettare un onesto fascio di luce sulle vere dinamiche che rendono, nella migliore delle ipotesi, particolarmente complesso costruire un’offerta politica stabile al di fuori dei due schieramenti. Non fa eccezione Francesco Bisignani, che in una lettera sincera e appassionata ripete però lo stesso stanco ritornello che si trova da mesi su tutti i social e tutti i media: dai su fate i bravi, mettetevi insieme.

È molto comodo dire “tutti colpevoli”. Perché, da sempre, significa semplicemente che nessuno è colpevole. Molto più complicato invece è osservare, comprendere, analizzare. Al fine di capire cosa davvero non funziona, e aggiustarlo. Nessuna intrapresa umana, e sicuramente nessuna politica, può essere portata avanti senza un minimo capitale di fiducia. È condizione necessaria, anche se non sufficiente. Ma senza di questo non si fa nulla. Se si vede nell’altro non una persona con cui costruire insieme un qualcosa di più grande e da cui beneficiare, ma una pericolosa minaccia alla propria leadership, non c’è nulla che gli altri possano fare per smuovere la situazione.

Se si vede la propria formazione politica come sostanzialmente autosufficiente, e si pensa quindi che ogni integrazione rappresenti semplicemente una “donazione di sangue” dannosa per i propri fedelissimi, non c’è nessun possibile atto di generosità che gli altri possano fare per permettere un reale avanzamento del progetto. Se si rinuncia a costruire una piattaforma comune, ma ci si limita periodicamente a comunicare via social i punti programmatici, non c’è nessun passo ulteriore che gli altri possano fare. Non c’è nulla da costruire, in altre parole, se il tuo compagno di viaggio ti vede come un pericolo o un fastidio, invece che come una utile opportunità. Niente nella storia della politica, o di qualsiasi altra attività umana, è stato mai costruito così. Se non per durare lo spazio di un respiro. Come fu per il Terzo Polo, il cui auto-inflitto collasso rimane il più grande crimine politico della Repubblica dai tempi delle stragi.

Il Partito Liberaldemocratico è nato per costruire una casa più grande ma basata su solide fondamenta liberal-democratiche, non certo su una collezione di “aggettivi politici” l’uno spesso opposto dell’altro. È nato per dimostrare che i progetti politici sono più importanti di ogni individuo; che le comunità possono nascere e crescere in armonia, e non bistrattate come se fossero braccianti non in regola. Che i territori possono essere fattore di ricchezza, e non di freno. In autunno decideremo la modalità con cui ci presenteremo alle elezioni, sulla base delle condizioni di contesto che al momento – in primis la legge elettorale, ma anche l’assetto dei partecipanti alla contesa – sono ancora parzialmente o del tutto oscure. Non avendo fatto accordi ad hoc per essere esentati dalla raccolta firme, siamo pronti anche a quello: aver coltivato comunità territoriali vive (e non meri esecutori di ordini) è servito anche a questo.

Lo faremo, in ogni caso, non dicendo niente di diverso rispetto a tutto ciò che abbiamo detto finora: le nostre campagne tematiche (dal welfare al fisco, dalla spesa pubblica alla politica estera, passando per sanità, scuola, università e tanto altro) e i valori su cui abbiamo finora costruito la nostra comunità. E siamo sempre disposti, in ogni momento, a costruire. Purché nel rispetto reciproco e, ovviamente, mettendo il progetto davanti all’ego.