Il discorso più atteso non ha deluso. Quattordici minuti e otto cartelle sono sufficienti quando si ha chiaro in testa cosa si vuol dire nonostante la difficoltà di “trovare le parole adatte” che tengano insieme angoscia e speranza.

Quasi il 65% degli italiani ha ascoltato il discorso di fine anno di Sergio Mattarella, il numero più alto di sempre e non solo perché eravamo tutti più o meno a casa. Da quelle parole si aspettavano il segnale e la prospettiva. Che sono arrivate. «Adesso è il tempo dei costruttori» è il cuore del messaggio del Capo dello Stato, dovranno essere «responsabili, seri, collaborativi» perché «non sono ammesse distrazioni, non si deve perdere tempo, non vanno sprecate energie ed opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte». Governate e chiunque ha un ruolo pubblico o istituzionale faccia la sua parte, «cambiamo ciò che va cambiato e rimettiamoci coraggiosamente in gioco» con «serietà, collaborazione e senso del dovere». Il Piano europeo (Recovery plan) e la sua declinazione italiana (Pnrr, Piano nazionale per la ripartenza e la resilienza) deve essere «concreto, efficace, rigoroso, senza disperdere risorse» perché solo così potremo superare «quelle fragilità strutturali che hanno finora impedito all’Italia di crescere come avrebbe potuto».

Nessun riferimento, mai, nei quattordici minuti, a questo o all’altro leader politico, ad un dettaglio del tanto contestato Recovery plan. Non è nello stile dell’uomo e del suo modo di interpretare il ruolo di Capo dello Stato. Ma è chiaro che Sergio Mattarella, per la prima volta in piedi al piano terra davanti alla Vetrata, con il cortile e i loggiati alle spalle del cortile del Quirinale, senza alberi di Natale né citazioni festose, ha rivolto il suo appello e i suoi auspici al premier e a tutte le forze politiche. Ha voluto da una parte blindare il governo e la legislatura indicando i compiti a casa che ciascuno deve svolgere. E dall’altra avvertire che non può essere questo il tempo delle crisi politiche al buio.

Il Paese adesso ha due carte da giocare, «due speranze concrete», per la ripartenza: i vaccini e l’azione dell’Europa; la cura del virus («per tutti e gratuita», lui lo farà appena possibile) e i 209 miliardi del Recovery plan. Entrambe queste opportunità non possono andare sprecate in egoismi e individualismi. «Non sono ammesse distrazioni» per rispetto ad una «realtà che bisogna conoscere e affrontare», i medici, gli infermieri, gli ospedali, ma anche la scuola e l’università, i ristoranti, il mondo della cultura, del cinema e del teatro, il mondo dell’impresa, dei lavoratori autonomi e delle partite Iva che hanno visto azzerare guadagni e fatturati e allargato ancora il solco della disuguaglianza nel Paese.

Ora, occorre vedere come tutto questo atterra tra le forze di governo e quelle parlamentari. Ufficialmente ciascuno, da Conte a Renzi passando per Zingaretti, ovviamente Berlusconi che vede riconosciuta dal Quirinale la linea della responsabilità, persino Salvini (e tranne Meloni) che ha visto nel discorso il via libera a presentare una mozione di sfiducia al governo in carica, tutti condividono e rilanciano le parole del Capo dello Stato, le parole chiave “speranza,”, “ripartenza”, “responsabilità”. Come se il premier non fosse responsabile dello stallo e delle critiche mosse al suo Recovery plan. Come se Renzi non avesse deciso di dire «basta all’immobilismo» e non avesse dichiarato «meglio andare all’opposizione» – e quindi ritirare i ministri – «che accettare questo Piano di ripartenza, uno spreco di cui non saremo mai complici». Come se Zingaretti per primo, già da settembre, non chiedesse «il cambio di passo» e non fosse al lavoro per un corposo rimpasto della squadra di governo. Chiarito che «il voto anticipato» è un’ipotesi peregrina nonostante il Pd al governo, primo fra tutti il capodelegazione Dario Franceschini, faccia circolare la versione opposta e che una crisi al buio in questo momento sarebbe da criminali, da giorni sarebbero in azione al Senato grandi manovre «per cercare responsabili in numero sufficiente – almeno diciotto – per andare ad un Conte ter senza Italia viva».

La ricetta è vecchia, come il problema. Ma la legislatura è nata con numeri bloccati dal potere di interdizione dei 5 Stelle. Gli ultimi boatos danno molto attivo il senatore Fantetti, avvocato, ex di Forza Italia, passato al Misto lo scorso il 12 ottobre. Nei suoi progetti ci sarebbe una nuova componente di una decina di senatori che avrebbe già un nome che è il programma: Italia 23. Un gruppo necessario a Conte per traghettare la legislatura fino alla sua conclusione naturale. A questo punto le versioni discordano: c’è chi dice che la nuova componente sarebbe “in aggiunta” ad Italia viva per giustificare anche la nascita del Conte ter; chi invece sostiene che sarebbe “in sostituzione” ai 18 senatori di Italia viva alcuni dei quali, tra l’altro, non sopporterebbero lo strappo eventuale del loro leader e non lo seguirebbero all’opposizione. Tra i contattati i senatori della componente di Idea-Cambiamo, qualche ex 5 Stelle già approdato al Misto (ormai tra i gruppi più affollati) e altri di Forza Italia in sofferenza per i traino Salvini-Meloni. Gaetano Quagliariello (Idea) smentisce «categoricamente ogni tipo di interessamento ad appoggiare un governo Conte, bis o ter che sia». Quagliariello parla a nome anche di Berruti e Romani. «Abbiamo – scherza amaro – un abbonamento ai Responsabili a nostra insaputa». E, a quanto pare, Italia 23 non potrebbe nascere senza i quattro senatori di cui sopra.

Conte si arrocca sulla sue posizioni – «no al Mes» e «mi tengo la delega ai servizi, piuttosto perché me la chiedono con questa insistenza?» – perché sa – o qualcuno gli ha fatto intendere – di poter giocare la carta Responsabili e buttare al macero una volta per tutte Matteo Renzi. Da qui alla Befana o molla Conte, «cambia quello che c’è da cambiare» e Renzi ottiene quello che chiede (e con lui buona parte del Pd). O Renzi si chiama fuori. Andando a giocare la partita in Parlamento. Convinto che il voto anticipato sia un bluff dalle gambe corte.

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