L’ultima grana plana nell’aula del Senato dove la discussione generale sulle legge di Bilancio prosegue stanca. «Ci dicono che a 48 ore dell’esercizio provvisorio nella Manovra ci sono errori e serviranno decreti correttivi – denuncia il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo Dobbiamo dare la fiducia al buio su una norma non corretta che potrebbe pregiudicare tutta la legge di bilancio?». Il viceministro Misiani spiegherà che «in effetti l’errore c’è» (sulla stabilizzazione del bonus da 80 che diventano 100, ndr), che «servirà un decreto correttivo» ma che «le coperture sono corrette». Succede quando approvi una legge di bilancio in pochi giorni escludendo nei fatti il controllo del Parlamento. «Il testo della Manovra – scrivono i tecnici del Servizio bilancio del Senato – non soddisfa gli obblighi di completezza e trasparenza».

Il paradosso emerge ogni giorno: il governo più debole alle prese con la sfida più difficile di sempre. E questo produce fibrillazioni continue di cui Italia viva è la forza di maggioranza che ha il torto – o il merito, dipende dai punti di vista – di denunciare. Proponendo al contempo soluzioni e alternative.

Prendiamo gli ultimi tre giorni tra i tanti. Ieri al Senato, nella more della discussione sulla legge di Bilancio si parlava delle fregata europea multimissione (Freem) salpata il giorno di Natale dal porto di La Spezia e in arrivo nel porto di Alessandria d’Egitto entro il 31 dicembre. Parliamo di una delle due fregate che Fincantieri ha venduto al governo di Al Sisi. Il tutto nel mezzo del caso Regeni la cui indagini il Cairo ha boicottato dal primo all’ultimo giorno. In altri tempi, non così lontani, il Movimento 5 Stelle avrebbe occupato aula e palazzo. Ieri tacevano. Palazzo Chigi ringrazia. Non hanno taciuto, i 5 Stelle, in Commissione Trasporti al Senato, e tre giorni prima alla Camera, dove non hanno votato il rinnovo del contratto internazionale per i cantieri della Tav. Se l’Alta velocità TorinoLione va avanti lo si deve alle opposizioni, Lega e Forza Italia. Palazzo Chigi prende atto nell’imbarazzo. La discussione su scuola – la riapertura del 7 gennaio è di nuovo in forse – e piano vaccini e obbligatorietà, sono i temi di cui tutti i cittadini parlano preoccupati. Palazzo Chigi rassicura. In privato singoli ministri e parlamentari di maggioranza hanno le mani nei capelli.

Il paradigma del paradosso – una debolezza che affronta la più grande sfida – è la discussione sul Recovery plan. Qui il paradosso è addirittura doppio: Italia viva viene accusata dagli alleati di maggioranza di voler sfasciare e però fanno propri gli argomenti messi sul tavolo dai renziani. Se Leu ha scritto a Conte «basta con i microprogetti, serve una visione per investire bene questi 209 miliardi», il Pd chiede almeno da settembre «cambi di passo», «condivisione dei progetti», «cronoprogrammi dettagliati», «guai a cabine di regia autoreferenziali che taglino fuori ministeri, regioni, enti locali». Su una cosa poi il Nazareno non fa mezzo passo indietro: Conte deve mollare la delega sull’intelligence. Il Pd ha già due nomi pronti: Emanuele Fiano e Enrico Borghi. Lunedì Dario Stefano (Pd), presidente della Commissione Politiche Ue, ha organizzato un convegno per suggerire come investire i 209 miliardi del Recovery Fund. «Lo sviluppo del Mezzogiorno ed il recupero dei gap territoriali che dividono il Paese devono essere al centro della strategia di spesa delle risorse del Recovery Fund, e non solo per interesse del Sud ma per il rilancio dell’Italia. Sul Piano di rilancio italiano serve una riflessione più approfondita e pubblica, un coinvolgimento del Parlamento e dei territori più pieno e più forte». Tradotto, si tratta di una bocciatura di entrambe le bozze prodotte finora dal premier Conte, quella del 7 dicembre – che Iv fece saltare nella notte – e quella rivista del 21 dicembre. Ieri il vicesegretario del Pd Andrea Orlando ha guidato la delegazione del Nazareno al Mef. «È essenziale – si legge nel comunicato finale – che si chiarisca un cronoprogramma preciso per l’adozione del Piano, i tempi del confronto parlamentare e il coinvolgimento del Paese. Insieme a questo vanno decise regole per la sua attuazione, che rendano il progetto credibile e finalizzato alle scelte strategiche che abbiamo indicato insieme all’Europa». Significa che tutto questo non si trova nelle Bozze consegnate da Conte. Il “Piano Ciao” di Italia Viva (acronimo della quattro missioni principali, Cultura, Infrastrutture, Ambiente Opportunità) è un contributo a coprire le falle e le carenze della bozza di palazzo Chigi. «È una proposta seria, non è lesa maestà. Non chiedo che siano accolte tutte le nostre proposte (stamani la delegazione di Iv spiegherà le 61 propsoste/correzioni al ministro Gualtieri, ndr) – ha ripetuto ieri Renzi però basta meline, è nostro dovere spendere bene i soldi di Next generation Eu». Poi Renzi ci mette l’aut-aut, il ritiro dei ministri e dunque l’ipotesi di una crisi di governo. Ma se si sta al merito – e la politica dovrebbe essere soprattutto merito – la sintesi è possibile. Lo dicono anche la ministra De Micheli, certo non un’amica di Renzi, e il capogruppo al Senato Andrea Marcucci che invece di Renzi è stato molto amico.

Il punto è che tutte le forze di maggioranza, nessuna esclusa, chiedono un rimpasto di governo. Hanno forti dubbi il premier Conte e il capodelegazione del Pd Franceschini. Certe cose si sa come iniziano ma non come finiscono. Ma la strada è quella: un Conte ter fortemente modificato che dovrà andare in aula per un nuova fiducia. La data è intorno alla Befana, «quando scatterà l’incidente sul Recovery o sulla delega ai servizi» spiegano fonti Pd. Il premier e Franceschini devono farsene una ragione. Chissà se potranno essere loro d’aiuto i rumours di una nuova componente che sta per nascere al Senato grazie a una decina di senatori che ora sono nel Misto. “Una forza in aggiunta e non in sostituzione ai renziani – si avverte – anche perché non ne avremo la forza. Un’assicurazione in più per Conte”. Si dovrebbe chiamare Italia23. E nel nome c’è tutta la sua essenza: portare la legislatura al suo esito naturale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.