Smentisce, nei fatti, il voto anticipato perché «sarebbe una follia nel mezzo di una pandemia» e perché «sarà avviato a giorni il cantiere delle riforme, a cominciare da quella elettorale». È un’apertura al Pd e la blindatura della legislatura: una legge elettorale esiste ma va cambiata e dunque non se ne parla di andare a votare nei prossimi sei mesi. Prima che scatti il semestre bianco (3 agosto) e l’impossibilità tecnica del voto.

Ammette che il rimpasto è nelle cose. La “squadra migliore” non c’è più. Resta «un capitano che a partita in corso non può dire che la squadra non funziona…». Ma i risultati non arrivano e la squadra va cambiata. Così come è chiaro che il percorso già nei primi giorni dell’anno potrebbe essere quello di un presidente del Consiglio che sale al Colle dal Capo dello Stato non sfiduciato ma per chiedere di cambiare la formazione, lo schema di gioco e gli obiettivi. Una crisi pilotata, quindi, su cui Conte – giunto in quel caso alla sua terza edizione in due anni e otto mesi – è pronto a chiedere una nuova fiducia. «Credo di aver già dimostrato di non temere i passaggi parlamentari che sono fondamentali nella nostra democrazia».

Dopo tre settimane di messaggi, incontri e ultimatum, mancava la parola di Conte per definire lo stato della crisi e della verifica di governo. Stavolta non è stata una conferenza stampa notturna con pochi invitati ma il tradizionale appuntamento di fine anno che l’Ordine dei giornalisti e la Stampa parlamentare hanno voluto garantire in presenza nel salone Raffaello di Villa Madama. Un appuntamento che il premier ha onorato (dalle 11.15 alle 14) nonostante la giornata difficile, piena di impegni e carica di incognite.

Conte ha preferito Villa Madama e i giornalisti all’aula del Senato dove nelle stesse ore si votava la fiducia tra le accuse di “accentramento” e “svuotamento” della democrazia e dei poteri del parlamento. Il senatore Zanda (Pd) ha pronunciato un durissimo j’accuse contro Conte e il governo per le violazioni alla centralità del Parlamento che «al Senato non ha esaminato la legge di bilancio». Che «il monocameralismo alternato non diventi la regola», ha ammonito l’ex capogruppo dem. Una legge di bilancio che, tra l’altro, come ha ammesso Conte, è stata subito corretta ieri pomeriggio con un decreto che ha messo una toppa ad alcuni errori contabili. Sempre ieri, nel pomeriggio, la delegazione di Italia viva ha incontrato il ministro Gualtieri per condividere i 62 punti, leggi correzioni, alla bozza del Recovery plan, il Piano di ripartenza italiano, che il 7 dicembre ha nei fatti aperto la verifica di governo. Da notare che già dalla sera prima, palazzo Chigi ha diffuso, per quanto riservata, la terza bozza del Piano. Senza, quindi, aspettare i suggerimenti di Italia viva. Una provocazione? Una svista? Un passo falso nel vortice di queste ore e giornate? Di sicuro l’incontro non è andato bene. «Così non si va in Consiglio dei ministri», filtra da fonti di Italia viva.

Tra le osservazioni di Italia viva, 62 e riassunte in 33 pagine e nell’acronimo CIAO (Cultura, Infrastrutture, Ambiente, Opportunità), si trovano, tra le altre cose, la richiesta di attivare il Mes e di fare debito “solo a condizione di alto rendimento sociale” (cit. Draghi), la volontà di essere “costruttivi e trasparenti ma mai complici di sprechi”, la denuncia di “un grande assente come l’occupazione giovanile” e che la lotta all’evasione “si fa utilizzando le banche dati e non le lotterie degli scontrini”. Investire poi quasi venti miliardi nel superbonus edilizio e poco più di tre miliardi in cultura e turismo “è un errore colossale”.

Comunque, prima ancora di conoscere il dettaglio delle proposte di Italia viva, Conte si è “sottoposto” alle domande dei cronisti rispondendo a singhiozzo, evitando il contraddittorio. In un confronto a distanza con Renzi che dal Senato accusava il governo di “immobilismo” mentre lui, Conte, spiegava a villa Madama che «non si può più galleggiare».

Il premier non sembra avere alcuna intenzione di lasciare il suo posto. «Io sono qui per programmare il futuro e fare proposte di fine legislatura non certo per occuparmi di campagne elettorali, voto anticipato, formazioni politiche mie o di qualcun altro», precisa spazzando via ipotesi di lista Conte o leadership del Movimento 5 Stelle. Conte non vuole fare “la chiromante” bensì «dare risposte al Paese che le attende. Basta galleggiare È necessaria una sintesi politica di tutti i progetti che arriveranno sul tavolo del governo. Guai se perdiamo l’occasione del Recovery plan». Ora, tutto questo detto da chi ha in mano il governo da quasi tre anni suona come minimo un po’ bizzarro. E infatti, quando si insiste, «guardi presidente che i progetti non ci sono», che «quello che galleggia e rinvia è proprio lei», che «questa fretta poteva essere evitata se a luglio avesse messo tutti al lavoro sul Recovery plan», le risposte restano vaghe (“non abbiamo perso tempo”), e poco puntuali (“erano oltre 600 progetti adesso sono 52 ma sono sempre troppi”). La frase “ci stiamo lavorando” o, in alternativa, “dobbiamo correre” è il jolly che lo salva in molte circostanze.

È sempre difficile collocare Conte in una casella. Anche ieri ha ripetuto da una parte di “essere fuori dalla logica degli ultimatum” – un chiaro “non ci sto” a Matteo Renzi – e dall’altra di «essere pronto a valutare tutte le soluzioni sul tavolo senza pregiudizi in cerca di quella sintesi che deve garantire coesione senza cercare altre maggioranze in Parlamento». Dove però si lavora alla nascita di gruppi responsabili.

Apre e chiude continuamente le porte, il premier Conte. Segno di una incertezza che ormai ha attaccato anche la sua proverbiale sicurezza. Offre un suo timing: «La sintesi politica deve arrivare nei primi giorni di gennaio, subito dopo ci sarà il voto in Cdm e il confronto in Parlamento, con gli enti locali e con le parti sociali. Altrimenti rischiamo di arrivare tardi». Ed è a gennaio infatti che i costruttori del Conte ter vedono il momento del cambio della squadra. Sempre che il muro contro muro di ieri sera al Mef con Gualtieri non produca altre accelerazioni. Di sicuro su due punti Conte fa capire di non mollare: il Mes e l’intelligence.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.