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Milano e il digitale: la città raccoglie il 23% degli investimenti europei. Ma i nuovi operatori sottovalutano la burocrazia
Milano ha ormai consolidato il proprio primato di hub digitale del Sud Europa. I numeri dell’ultima rilevazione dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano fotografano una concentrazione infrastrutturale senza paragoni nel Paese: 414 megawatt IT di potenza installata nell’area metropolitana, pari al 68 per cento della capacità nazionale complessiva, e 33 data center attivi distribuiti in 32 comuni, il 67 per cento dei 49 presenti in Lombardia. Nel panorama continentale, la città raccoglie il 23 per cento degli investimenti europei annunciati, un dato che la colloca come primo candidato del Mediterraneo al ruolo di nodo strategico per le infrastrutture digitali.
Il triennio 2026-2028 è atteso come quello della consacrazione definitiva. Sono 83 i nuovi progetti infrastrutturali in programma da parte di trenta aziende, di cui diciannove al primo ingresso sul mercato italiano, per un valore potenziale che supera i 25 miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato dagli operatori è superare la soglia simbolica di 1 gigawatt entro il 2028. Solo i grandi cloud provider hyperscaler investiranno fra i 10 e i 12 miliardi, quasi la metà del totale, e hanno già opzionato circa la metà dei megawatt IT in arrivo. Una quota che nel 2020 valeva il 4 per cento del mercato e che nel prossimo triennio arriverà al 43 per cento, a testimonianza di una torsione strutturale della domanda guidata dall’intelligenza artificiale.
Dentro questo quadro di crescita, però, si staglia un elemento che gli analisti del Politecnico segnalano con preoccupazione crescente: la distanza fra il rumore degli annunci e la realtà della messa a terra. Nel triennio 2023-2025, a fronte dei 10,5 miliardi di investimenti stimati, ne sono stati effettivamente spesi 7,1. Appena il 68 per cento del previsto. Il ritardo si concentra in modo particolare sui nuovi operatori internazionali, spesso al primo ingresso nel Paese, che hanno sottovalutato la complessità degli iter autorizzativi italiani e l’incertezza del contesto tecnologico, soprattutto sul fronte delle scelte architetturali per le applicazioni di intelligenza artificiale.
Il nodo energetico è il più delicato. Nel 2025 le richieste di allacciamento alla rete di alta tensione presentate a Terna hanno raggiunto i 68,5 gigawatt complessivi, di cui 31,1 concentrati sulla sola area milanese allargata ai comuni limitrofi. Cifre cento volte superiori alla capacità reale installata e totalmente scollegate dai progetti effettivamente realizzabili, secondo la rielaborazione dell’Osservatorio. Un fenomeno di prenotazione speculativa della capacità di rete che rischia di ingessare il sistema e di rallentare gli operatori realmente pronti a costruire.
Sul piano normativo qualcosa si muove. Il decreto bollette, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 febbraio ed entrato in vigore il giorno successivo, introduce per la prima volta all’articolo 8 un procedimento amministrativo unico per autorizzare i nuovi centri dati attraverso una conferenza di servizi, con un iter pensato per chiudersi entro dieci mesi e una proroga di tre mesi solo in casi eccezionali. La legge delega sui data center è stata approvata all’unanimità alla Camera il 24 febbraio — 243 voti favorevoli, nessun contrario, sei astenuti — ed è ora all’esame del Senato: punta a riconoscere queste infrastrutture come di pubblica utilità e promuove il riutilizzo delle aree industriali dismesse. La Regione Lombardia ha presentato una propria proposta di legge regionale, oggi in fase di audizioni; la Città Metropolitana di Milano ha pubblicato a maggio una Strategia Tematico-Territoriale in materia, il cui iter è però fermo. Un mosaico che prova a dare certezze agli investitori ma che deve ancora dimostrare di funzionare nei fatti.
Il baricentro della partita resta Milano. Che però si gioca il ruolo europeo su un equilibrio fragile fra domanda degli hyperscaler, capacità della rete elettrica, disciplina autorizzativa e consumo di territorio. Il primato è reale, i capitali ci sono, la geografia aiuta. Ma il superciclo infrastrutturale di cui parlano gli operatori si trasforma in vantaggio strutturale soltanto se la città e il Paese riescono a sincronizzare i propri tempi con quelli del mercato globale. La stagione elettorale che porterà al voto per Palazzo Marino nel 2027 troverà sul tavolo del prossimo sindaco un dossier che vale miliardi e che definirà, molto più della retorica su Milano “capitale morale”, il suo peso nell’economia digitale continentale.
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