Oltre 267 iniziative diffuse negli spazi pubblici della città, più di 1.850 eventi e quasi mezzo milione di visitatori, per un valore economico complessivo che supera i 600 milioni di euro. La Milano Design Week si conferma anche quest’anno un appuntamento imprescindibile, capace di unire architettura, arte, arredamento, moda e lifestyle: un vero epicentro di creatività ed eccellenze che pone sempre più al centro l’esperienza del visitatore.

«In questa settimana la città è stata un crogiolo di culture, una bolla pacifica in un momento in cui il mondo va in una direzione che rende difficile anche pianificare il prossimo viaggio. Milano e l’Italia restano un punto fermo e una delle cose di cui siamo più fieri è riuscire a mettere insieme persone con culture, provenienze e religioni molto diverse tra loro, unite dal design, che diventa un driver di pace». A dirlo è Marco Credendino, salernitano, classe ’90, CEO e founder di Artemest insieme a Ippolita Rostagno. L’azienda, specializzata nell’alto artigianato e nel design italiano, attraverso una piattaforma e-commerce e gallerie in tutto il mondo offre servizi di design su misura e collaborazioni per progetti contract su larga scala. In occasione della Milano Design Week, Artemest ha affidato gli interni di Palazzo Donizetti a cinque studi internazionali di design, che hanno reinterpretato, con uno sguardo contemporaneo, l’essenza delle città italiane, curando ogni spazio con arredi, illuminazione e oggetti decorativi realizzati da eccellenze artigianali italiane. Un’esposizione che ha registrato oltre 40.000 visitatori, di cui il 75% stranieri.

Con uffici a Milano, Londra, Dubai, New York, Miami e Los Angeles, nel 2025 l’azienda ha superato i 40 milioni di euro di ricavi ed è ora pronta a lanciare una propria linea. «Dopo una prima fase in cui Artemest è stata sostanzialmente un umbrella brand per l’artigianato italiano, con il canale digitale come principale punto di riferimento, ci siamo posti l’interrogativo su come far evolvere la nostra realtà. Eravamo diventati anche partner nello sviluppo di prodotti utilizzati in ambienti hospitality o all’interno di brand del lusso. Ci siamo chiesti allora perché non farlo anche per noi, mantenendo quella visione che tiene insieme finiture, materiali, storie e artigianalità diverse. Da qui è nata l’idea di realizzare la nostra prima collezione, sviluppata da Gachot Studio, partita dal living room, restando coerenti con la nostra storia e utilizzando i produttori artigiani con cui da dieci anni continuiamo a lavorare». Il momento geopolitico e le sue conseguenze sul mercato richiedono però una riflessione. «Le aziende del lusso sono abbastanza abituate a queste dinamiche e negli ultimi dieci anni abbiamo vissuto diversi momenti complessi. Il conflitto in Medio Oriente ha molte implicazioni, alcune dirette, altre indirette. Nella regione si osservano tre dinamiche principali: nel residenziale i locali continuano a spendere, mentre gli expat — che negli anni avevano iniziato a stabilizzarsi e investire — stanno fermando tutto, causando un forte calo della domanda. Nel settore hospitality, già saturo, molti grandi progetti sono stati messi in pausa. Nel lusso, città chiave come Dubai hanno smesso di generare ricavi per settimane, con impatti su vendite e mercati finanziari. A peggiorare il quadro, soprattutto per l’arredo, c’è l’aumento dei costi di spedizione e del petrolio, che riduce drasticamente i margini».

Quali soluzioni, allora? «Anche se si spera in un ritorno alla normalità, è difficile tornare esattamente alla situazione precedente. Nel lusso, capitali e investimenti si spostano rapidamente da un’area all’altra del mondo, rendendo il sistema molto dinamico. L’idea, però, è di non abbandonare questi mercati: alcune difficoltà possono durare uno o due anni, ma la strategia va vista nel lungo periodo. Per questo l’approccio è continuare a investire e credere in quelle aree geografiche che hanno mostrato crescita e apertura».

Gianluca Lambiase

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