Appunti sui giornali che cambiano
Moribondi ma contesi – 1
Da qualche giorno lavoravo a questi appunti: una serie di pezzi sui giornali italiani, su chi li compra, perché li compra e che cosa esattamente sta comprando, visto che i bilanci non lo spiegano. Avevo messo in fila i numeri, i nomi, il ragionamento. Poi ieri mattina, giovedì 27 agosto, il ragionamento mi è venuto incontro da solo, in prima pagina.
Sul Corriere della Sera, Paolo Mieli ha dedicato l’editoriale alle elezioni suppletive di Reggio Calabria del 27 e 28 settembre: un collegio da riassegnare perché il deputato uscente è diventato sindaco della città. Fino a ieri era cronaca locale: se ne occupavano i giornali calabresi e gli addetti ai lavori. Da ieri mattina è un’altra cosa: un test nazionale, con la posta in gioco già fissata a un mese dal voto. Se il candidato di Vannacci – alla prima uscita elettorale di Futuro Nazionale, con tanto di strappo del capogruppo regionale di Forza Italia, passato armi e bagagli dall’altra parte – dovesse andare bene, il centrodestra entra in crisi.
Ecco in azione il meccanismo perfetto. Il fatto, un’insignificante suppletiva in un collegio del Sud, non cambia di un millimetro. Si è curvata la sua orbita. Da ieri, qualunque cosa accada a fine settembre – un risultato clamoroso, un risultato modesto, perfino un non-risultato – verrà letta dentro la cornice costruita da quell’editoriale. E ogni articolo che d’ora in poi si scriverà su Reggio Calabria ne sarà, in qualche modo, figlio. Un giornale ha deciso, in una mattina, che cosa farà la differenza nel mese prossimo. È potere allo stato puro: non si vede, ma piega le orbite. Sposta i prossimi flussi informativi, mette in allarme i politici, finisce per mobilitare l’opinione pubblica. 340mila elettori sparsi in settantuno comuni del reggino, dallo Stretto alla Locride, promossi a Ohio d’Italia, il collegio-barometro dove si misura la febbre del Paese. Con una differenza-chiave: l’Ohio ci ha messo un secolo di voti a diventare l’Ohio. Al collegio 05 può bastare un editoriale. Così, grazie a Mieli, il paradosso che mi frullava in testa per gli appunti è diventato di colpo meno vago e astratto. Ma ora andiamo per ordine.
I giornali – quelli che storicamente conosciamo, nella forma che hanno avuto per decenni, stampati su carta e distribuiti capillarmente sul territorio – vanno verso l’estinzione, questo è indiscutibile. Eppure da un paio d’anni, in Italia, le loro proprietà sono oggetto di un’attenzione spasmodica. Si comprano, si vendono, si contendono. Se ne discute nei consigli di amministrazione, nelle famiglie del capitalismo, nei palazzi della politica, come non accadeva da decenni. Un prodotto che scompare dalle edicole e riempie gli studi notarili: la cosa va spiegata.
Viviamo in un mondo che si informa altrove: i social che non si spengono mai, i video che si infilano in ogni pausa della nostra esistenza, le piattaforme, le chat, la televisione che resiste. In questo paesaggio la cosiddetta carta stampata è la nicchia delle nicchie: la legge un italiano su dieci, se va bene. Eppure è proprio lì che nel 2026 si sono mossi i capitali. Nessuno quest’anno si è comprato un social o una piattaforma video italiana: si sono comprati i giornali.
Dico “giornali” per comodità, forse per affetto, anche se dobbiamo tenere presente che gli oggetti veri di cui parliamo sono ormai macchine editoriali. Fabbriche con un unico contenuto che viene poi esploso su piattaforme e formati diversi: la pagina di carta, il sito, l’app, la newsletter, il podcast, il video, il post, talvolta una radio o una tv. Stesso contenuto, molte incarnazioni. Chi nel 2026 compra “un giornale” compra questa macchina intera, con tutte le sue uscite. Ma il punto cruciale è che nessuna delle piattaforme su cui quel contenuto viene distribuito detiene in proprio la funzione di fare l’agenda, dare una gerarchia alle notizie, decidere ogni giorno che cosa conta e in quale ordine. Solo il giornale quotidiano ha questa prerogativa. È quella funzione – quella dell’editoriale di ieri, per intenderci – il motore di tutta la macchina. I formati la distribuiscono, non la producono. La macchina si è allargata, ma il motore è sempre quello.
Ancora in premessa. I giornali sono la quintessenza dell’esposizione. Macchine costruite per rendere pubblico tutto, il trionfo della piazza: vite private, conti correnti, verbali, retroscena di chiunque. Su un solo argomento praticano la riservatezza più gelosa: sé stessi. Delle proprie proprietà, dei propri conti, dei propri padroni non amano parlare. E la ragione è ovvia appena la si nomina: chi diffonde notizie non ha alcun interesse a far sapere che le confeziona in un certo modo perché il proprietario ha certi interessi. L’opacità sulla proprietà non è distrazione: è parte del prodotto. Detta altrimenti: raccontare i giornali è il mestiere che i giornali non fanno.
D’altro canto, storicamente i giornali non nascono affatto per informare il pubblico. Nascono per servire chi decide. Le prime gazzette del Seicento sono fogli per mercanti e cancellerie – prezzi, navi, guerre, corti, questo il menu – e vivono di licenze sovrane: sono strumenti di commercio e di potere fin dal primo momento. Il pubblico arriva dopo, con la borghesia e i parlamenti, quando il giornale d’opinione dell’Ottocento diventa organo dichiarato di una parte – un partito, una fazione, una classe – e non se ne vergogna affatto: lo scrive in testata.
Infine arriva l’ideologia, ed è la parte più interessante. Il “quarto potere” è una battuta parlamentare inglese diventata mito e missione; l’“obiettività” nasce in America come trovata commerciale. Le agenzie e la stampa a un penny dovevano vendere le stesse notizie a giornali di ogni colore, e la neutralità era il formato che lo permetteva. Solo in un secondo tempo viene promossa a etica professionale. Insomma, prima fu un modello di business, poi un sacerdozio.
In Italia l’ideologia prese un’altra forma, come sempre massimamente ipocrita: il giornalista come intellettuale prestato, politico in attesa, coscienza del Paese; il grande quotidiano come “partito che non c’è”. Mentre dietro le quinte pagavano, in ordinata successione, lo Stato, i partiti, gli editori. E, dentro questa ideologia, cresceva la parabola della “firma” (attenzione, punto importante!).
Per gran parte della loro storia i giornali erano usciti senza firme. Parlava il giornale, non il singolo. Nel 1996 un quotidiano appena nato in Italia, il Foglio, provò a ripristinare l’anonimato delle origini, ma rapidamente dovette ripiegare, perché il giornalista aveva preso da tempo il sopravvento sul giornale. L’esplosione multimediale aveva dato alla firma un volto, il volto era diventato marchio. Fino ad arrivare ad oggi, quando il cronista è testimonial di sé stesso, in tv, sui social, nei festival. Promotore del proprio personaggio ben prima, o meglio a prescindere dalla testata di appartenenza. E qui si chiude il cerchio: mentre i giornalisti si esponevano sempre di più, le proprietà si oscuravano sempre meglio. Luce piena sul palcoscenico, buio in cabina di regia. Il pubblico applaude gli attori convinto che lo spettacolo non abbia un produttore.
La morale di questa premessa è semplice: la funzione dei giornali – ordinare il mondo per conto di qualcuno – è rimasta sorprendentemente stabile per quattro secoli. A cambiare, di epoca in epoca, è stato il racconto che giornali e giornalisti hanno fatto di sé stessi. Questi appunti vi parleranno di come e perché quel racconto si è rotto, e la funzione è rimasta nuda.
Venerdì prossimo, il secondo passo: andiamo ai numeri veri, quanto costa un giornale, quanto vende, chi ci crede ancora. Sono numeri davanti ai quali chiunque sappia leggere un bilancio dovrebbe scappare. E invece, proprio davanti a quei numeri, uomini che non fanno altro che leggere bilanci hanno tirato fuori il portafoglio.
A venerdì prossimo.
C.V.
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