Manca è una prospettiva unitaria di crescita
Patto di stabilità, dall’Ue segnali contrastanti: Lagarde contraria, Commissione possibilista
Essere europeisti oggigiorno è davvero una fatica. Soprattutto se bisogna sentire il numero uno della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, commentare con piglio ragionieristico la richiesta del Governo italiano di allentare il patto di stabilità per quanto riguarda i costi energetici e i relativi aiuti alle famiglie. Intervistata alla trasmissione “Che tempo che fa”, il numero uno della Bce spiega: “Non è il momento di agire in solitaria ma bisogna che l’Europa risponda con una voce unica. Inoltre – continua Lagarde – è necessario rispettare le regole. Solo cosi i mercati continueranno ad avere fiducia negli Stati membri”. Non più tardi dello scorso 21 maggio dalla Commissione Europea era arrivata una apertura alle istanze dell’Italia. Il commissario all’economia, Valdis Dombrovskis, aveva spiegato: “In termini di flessibilità fiscali, sì, stiamo esaminando questa risposta politica e ciò che deve essere fatto anche sul fronte della politica fiscale e siamo pronti a reagire agli sviluppi”.
Contesto
Un vero e proprio testa coda di dichiarazioni dalle due più importanti istituzioni europee chiamate a dare la linea e ad evitare di indicare segnali contradditori ai mercati. Ciò che Lagarde sembra ignorare è il contesto. Mantenere il punto sul rispetto del patto di stabilità in un momento in cui ci si trova difronte al peggiore shock energetico globale dal 1973, significa non riuscire a capire cosa davvero succedere nel vecchio Continente. Non solo. Vuol dire ignorare come stanno agendo le principali potenze globali, Stati Uniti e Cina, che dal punto di vista degli aiuti sono sempre ampiamente dinamici considerando la disciplina di bilancio una appendice alle politiche economiche. L’Europa dei “ragionieri”, invece, si impunta su uno sforamento tra i 6 e i 9 miliardi come se ciò potesse portare ad un crollo delle economie occidentali. Allo stesso tempo, poi, la Bce dovrebbe spiegare se la citazione delle regole vale per tutti gli Stati Europei che aderiscono alla moneta unica oppure è solo un vincolo per l’Italia. Oltre alla Francia, terra natia di Lagarde verso la quale la nostra Christine guarda con attenzione in vista delle prossime presidenziali, ci sono altri dieci Paesi che non rispetteranno il vincolo del rapporto deficit/pil al 3 per cento. La situazione francese è la più clamorosa. Tra le grandi economie è l’unica che quest’anno avrà un deficit al 5,1 per cento del pil: un dato cosi forte che disegna la curva del debito pubblico francese paurosamente in rialzo. Deficit che migliorerà solo nel 2027. Il problema, dunque, sarebbe l’Italia il cui sforamento rappresenterebbe un ulteriore 0,4 per cento del pil?
Prospettive
Ciò che ancora una volta manca è una prospettiva unitaria di crescita. L’Ue ha a cuore la stabilità dei conti pubblici come se essa fosse fonte automatica di benessere. Ignora gli shock esterni e non considera la necessità di aiutare gli Stati nei momenti difficili. Sia chiaro: ciò non esonera l’Italia da due incredibili responsabilità. La prima è di aver sbagliato a calcolare il rapporto deficit/pil con una previsione di uscita dalla procedura di infrazione nel 2026. Come è possibile che le strutture tecniche a supporto dell’Esecutivo non abbiano segnalato la necessità di tagliare circa un miliardo di euro di spesa per centrare l’obiettivo? La seconda è, se possibile, peggiore: cosa si è fatto con i soldi del Pnrr per aumentare l’indipendenza energetica del Paese? Prima o poi, qualcuno dovrò rispondere a queste domande.
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