Padova è la provincia veneta con più imprese certificate per la parità di genere: 187, secondo i dati aggiornati al 3 marzo e diffusi il 26 maggio all’Open Day dell’imprenditoria femminile della Camera di commercio. Dietro si collocano Venezia con 149, Vicenza con 143, Verona con 121, Treviso con 114; più staccate Belluno con 30 e Rovigo con 27.

Il quadro regionale si innesta su un dato nazionale travolgente: oltre 12 mila realtà certificate, quattro volte l’obiettivo fissato dal PNRR — 3 mila imprese entro il 30 giugno — polverizzato con settimane d’anticipo. Lo strumento di riferimento è la prassi UNI/PdR 125, introdotta nel 2022: misura indicatori come la presenza femminile nei ruoli apicali, i divari retributivi, le politiche di conciliazione. Ottenerla apre la porta a sgravi contributivi e a punteggi premianti negli appalti pubblici. Sulla carta, è un meccanismo serio. Ma è proprio il successo numerico a far affiorare la domanda che nessuna tabella scioglie: quando un traguardo viene superato di quattro volte, sta fotografando un cambiamento reale o la velocità con cui le imprese hanno imparato a produrre il requisito?

Perché la certificazione registra procedure, non culture. Attesta che un’azienda ha adottato un piano, non che una donna, dentro quell’azienda, faccia la carriera che le spetterebbe. Il rischio è quello di ogni adempimento incentivato: diventare una pratica da evadere, un bollino da esibire in gara, mentre la sostanza — chi decide, chi guadagna quanto, chi resta a casa all’arrivo di un figlio — si muove molto più lentamente di quanto la curva delle certificazioni lasci credere.

Resta che il Veneto, su questo fronte, si è messo in moto da tempo e con efficacia: Padova capofila, le camere di commercio a spingere con politiche attive, un tessuto vivace di piccole imprese che si attrezza, intuendo l’utilità oltre l’etica. La certificazione non fa la parità — fotografa procedure, non destini. Ma costringe a scriverla, a renderla verificabile, a esporla allo sguardo di chi prima poteva solo intravederla. E la conoscenza della condizione reale è il primo, indispensabile passo per qualsiasi politica di pari opportunità che si voglia mettere a terra, soprattutto se partecipata da tutti gli attori.