Era stato ricoverato prima all’ospedale Cardarelli e poi al Cotugno, ma ieri si è arreso al Covid: è un anziano, ospite di Poggioreale, l’ultima vittima della pandemia che ormai dilaga tra i detenuti in Campania. Il numero di positivi al virus cinese ha sfondato quota 200, tanto che sia il garante regionale Samuele Ciambriello sia i cappellani dei vari penitenziari chiedono al governo Conte provvedimenti in grado di ridurre sensibilmente il numero di persone dietro le sbarre: non solo l’indulto, ma anche un uso più largo di misure come detenzione domiciliare e liberazione anticipata speciale.

L’anziano morto ieri era affetto da patologie pregresse, ma non era l’unico detenuto ricoverato per Covid. Attualmente, infatti, un ospite di Secondigliano e uno di Poggioreale sono affidati rispettivamente alle cure dei medici del Cotugno e del Cardarelli. Ciò che preoccupa è l’aumento esponenziale dei positivi nella popolazione carceraria. Gli ultimi dati parlano di 201 infetti tra i detenuti e di altri 221 tra gli agenti della polizia penitenziaria e il personale socio-sanitario. È sulla base di questi numeri che Ciambriello ha firmato il documento con cui i garanti territoriali dei detenuti hanno chiesto al Parlamento l’adozione di «misure opportune per giungere a una significativa riduzione del numero delle presenze negli istituti di pena». Secondo Ciambriello, in particolare, «il livello del contagio nelle carceri campane deve indurre la politica a fare un passo avanti». Il che significa indulto, secondo una richiesta che i garanti territoriali hanno già rivolto al governo Conte, o amnistia, come il magistrato Raffaele Marino ha suggerito in un’intervista al Riformista, oltre che un ricorso massiccio a detenzione domiciliare e liberazione anticipata.

Sul fronte del sovraffollamento carcerario sono scesi in campo anche i cappellani dei vari penitenziari della Campania che, in una lettera ad Alfonso Bonafede, hanno invitato il guardasigilli a rivedere la sua posizione sull’indulto alla luce dell’andamento del contagio. Negli ultimi tempi, infatti, i casi di Covid nelle celle regionali sono aumentati del 600%. Alla luce di questi numeri, le misure che il governo Conte ha inserito nel decreto Ristori e che adesso il Senato si appresa a vagliare rischiano di essere insufficienti. Anche perché i braccialetti elettronici, che dovrebbero essere applicati a quanti sono in possesso dei requisiti per scontare la pena fuori dal carcere, sono sempre introvabili. E perché gli stessi requisiti previsti nel decreto Ristori per l’accesso alla detenzione domiciliare sono troppo restrittivi.

Di qui la presa di posizione dei religiosi che, oltre a sottolineare la necessità di indulto e misure alternative, centrano alcuni problemi strutturali del sistema penitenziario. Il primo è la mancanza di presidi sanitari interni alle carceri, di cui troppi istituti sono privi e di cui i cappellani chiedono la rapida attivazione; il secondo è l’indisponibilità di una casa per molte persone che attualmente si trovano dietro le sbarre, problema che i sacerdoti suggeriscono di risolvere coinvolgendo anche i Comuni. «È necessario scarcerare chi si trova nella condizione di dover espiare pochi anni – concludono i cappellani – Ciò favorirebbe il reinserimento nella società. Non accettiamo l’idea che il principio di solidarietà debba essere espunto dal nostro contratto sociale. Crediamo in una giustizia dal volto umano».