Provate a immaginare più di dieci persone costrette a vivere in un ambiente di circa venti metri quadrati con una sola finestra e un piccolo vano che funge sia da bagno che da cucina. Blatte che spuntano dai materassi, sgabelli che non bastano per tutti, niente spazio né tantomeno privacy. Distanziamento anti-Covid? Manco a parlarne. Dite la verità, non è vita. Eppure è proprio in queste condizioni che si svolge la giornata-tipo dei 14 detenuti nella 55 bis del padiglione Roma di Poggioreale: la cella più affollata d’Italia e d’Europa nel carcere più affollato d’Italia e d’Europa.

Quanto sia insostenibile la vita in quell’ambiente ce lo dice Angelo Esposito, 60enne recluso dal 10 gennaio scorso nel penitenziario napoletano dove deve scontare una pena di sei anni e sette mesi. Cardiopatico, asmatico, sovrappeso e con problemi alla spina dorsale, Esposito ha più volte denunciato le strazianti condizioni in cui sono costretti a vivere lui, i suoi compagni di cella, i 108 detenuti ospitati al terzo piano del padiglione Roma e i circa 300 che attualmente si trovano in quest’ala di Poggioreale. Tutto è nero su bianco in una serie di lettere inviate ai vertici della casa circondariale e al garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello.

Il primo problema è lo spazio. Esposito e compagni sono costretti a vivere in una cella di circa venti metri quadrati, gran parte dei quali occupati da suppellettili. Per ciascun detenuto c’è uno spazio calpestabile di poco più di un metro quadrato e mezzo, nonostante la Cassazione abbia recentemente chiarito come ciascun recluso abbia diritto ad almeno tre metri quadrati calcolati al netto delle suppellettili. Risultato? Nella cella 55 bis di Poggioreale i detenuti non possono stare seduti contemporaneamente, ma sono costretti ad alternarsi. Stesso discorso per il pranzo o per la cena: si procede per gruppi, anche perché non ci sono sgabelli per tutti. Così è impossibile osservare il distanziamento sociale in un momento in cui, tra l’altro, a Poggioreale si contano poco meno di 50 persone affette da Covid di cui 30 proprio nel padiglione Roma. «Se arriva il virus nei nostri spazi – scrive Esposito al garante Ciambriello – per noi anziani sarà difficile uscirne vivi».

Oltre a essere dotata soltanto di una piccola finestra, la cella 55 bis ha un piccolo vano con wc e fornello. Proprio così: i detenuti cucinano e orinano nello stesso ambiente. In un altro piccolo vano, invece, lavano sia le pentole che gli indumenti. Il frigorifero c’è: a donarlo è stato il garante dei detenuti così come i ventilatori. Quello che manca è il condizionatore, con la conseguenza che d’estate l’aria diventa irrespirabile. Anche telefonare ai familiari è un problema: un solo agente di polizia penitenziaria deve gestire il malumore di 108 detenuti esasperati che spesso non riescono a mettersi in contatto con i parenti a causa di guasti alle apparecchiature o di ritardi nella tabella delle prenotazioni.
«Anni fa – spiega il garante Ciambriello – il Ministero della Giustizia stabilì che in ogni piano dei penitenziari ci fosse una cella vuota da destinare alla socialità. A Poggioreale, invece, tutti gli ambienti sono pieni e questo porta inevitabilmente all’annientamento fisico e psicologico dei detenuti: un isolamento nell’isolamento che collide col divieto di trattamenti inumani previsto dalla Costituzione».