A fronte di una popolazione carceraria, in Campania, di 6.475 detenuti sono poco meno di 250 quelli che stanno scontando in cella una condanna inferiore a un anno e mezzo di reclusione e se si escludono i detenuti condannati per reati cosiddetti ostativi, si deduce che la platea di possibili beneficiari delle nuove misure contenute nel pacchetto giustizia del Decreto Ristori si riduce sensibilmente. Insomma, la percentuale di chi potrebbe lasciare la cella nelle prossime settimane è troppo bassa per far pensare a una manovra capace di svuotare le carceri ed evitare che l’emergenza sovraffollamento renda più grave la gestione, già difficile, della pandemia.

Non si libereranno quindi, nelle carceri campane, spazi da utilizzare per l’isolamento dei detenuti positivi al Covid. Senza contare che la previsione dell’obbligo dell’utilizzo dei cosiddetti braccialetti elettronici per i detenuti con pene da scontare superiori a sei mesi, in quanto da sempre disponibili in numero ampiamente insufficiente, costituirà un’ulteriore condizione di estrema difficoltà di accesso alla misura e produrrà un significativo allungamento dei tempi per la sua concreta applicazione, tempi del tutto incompatibili con la condizione di emergenza causata dalla pandemia. «Continueranno a esserci problemi, sia in termini di spazi sia in termini di tempi – osserva l’avvocato Sergio Schlitzer, componente della giunta della Camera Penale di Napoli – Queste misure, così come quelle di marzo scorso, non consentiranno di raggiungere l’obiettivo di svuotare le carceri a meno che non si aumenti sensibilmente il limite della pena e si diluiscano i reati ostativi».

Se a marzo, dunque, in concomitanza con il lockdown e la prima ondata della pandemia, c’era stato un calo delle presenze in carcere, «la riduzione è stata conseguenza di provvedimenti adottati dai magistrati di Sorveglianza», osserva l’avvocato Schlitzer. Di qui la posizione dei penalisti napoletani che denunciano «l’inefficacia dell’intervento normativo» e rivolgono a tutte le forze politiche un appello «affinché in sede di conversione del decreto vengano ampliate e mutate le condizioni di accesso alla misura della detenzione domiciliare». Intanto, prime manovre di svuotamento delle celle sono in atto a Napoli. La presidente del Tribunale di Sorveglianza, Adriana Pangia, nel corso dell’incontro con i penalisti e con i vertici dell’amministrazione penitenziaria campana, ha comunicato che saranno concesse le licenze necessarie a consentire ai detenuti in regime di semilibertà (sono 370 in Campania) di pernottare nelle proprie abitazioni fino al 30 novembre, con un’eventuale proroga fino al 31 dicembre.

In questo modo, le celle normalmente destinate ai detenuti semiliberi negli istituti di Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Benevento e Salerno verrebbero trasformate in spazi per l’isolamento dei detenuti positivi al Covid. Nel carcere di Poggioreale, il più affollato non solo della Campania ma di tutto il paese, si è arrivati a quota 2.171 detenuti, un numero che rapportato ai poco più di 1.600 da capienza regolamentare non dice molto ma rappresenta un primo passo se paragonato ai 2.200 reclusi che si registravano fino a poche settimane fa. «Sono diminuiti i nuovi giunti – spiega il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello – e proprio due giorni fa c’è stato il trasferimento di 50 detenuti da Poggioreale alle carceri di Arienzo ed Eboli».

Non è molto, ma è qualcosa. L’aumento dei contagi nelle carceri preoccupa sempre di più. E non solo quello. «C’è un altro dato che preoccupa noi garanti – spiega Ciambriello – ed è l’alto numero di persone che non hanno una fissa dimora. Da un dato diffuso dal garante nazionale sono 1.157 i detenuti in tutta Italia che scontano una pena al di sotto di un anno mezzo e non hanno una fissa dimora. In Campania – aggiunge – è il momento di utilizzare le case-alloggio previste per 65 detenuti senza dimora ma è importante che le direzioni delle carceri, le aree educative, cappellani e volontari segnalino i casi altrimenti questi detenuti, che non hanno alcuna protezione sociale, rischiano di rimanere in cella, come detenuti ignoti».