Nel giro di cinque giorni è raddoppiato il numero di contagiati dal virus Covid-19, detenuti e operatori penitenziari, all’interno delle carceri italiane. I tribunali di sorveglianza, in particolare quello di Milano, sono al collasso. Il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi si ricorda, per la seconda volta in un anno (gli altri 363 giorni non contano) che si deve arrestare di meno e scarcerare di più. E noi, senza pudore, vogliamo pronunciare la parola impronunciabile: ci vuole un indulto.

Ci vuole un indulto per rompere la Grande Ipocrisia dei due inutili decreti che un inutile ministro ha scodellato in primavera e autunno per piccoli gesti – come la detenzione domiciliare – che renderebbero già un po’ più civile la nostra società se fossero applicati sempre. Ma che, con tutti i “tranne che” e “a meno che” ne rendono impossibile per tanti l’applicazione. Con i romantici titoli di “Cura Italia” e “Ristori” il ministro Bonafede ha concesso, bontà sua, la detenzione domiciliare per chi debba scontare meno di diciotto mesi di carcere. Tranne che per chi stia scontando o debba scontare la pena per i reati gravi previsti dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario (se no Giletti si incazza), ma anche per chi abbia ricevuto un procedimento disciplinare ovvero sia senza fissa dimora, cioè gli stranieri e i poveri. Ostacolo, quest’ultimo, forse superabile con qualche intervento delle istituzioni in quel famoso Paese civile dei nostri sogni. Segnale che comunque non arriva da nessuna parte, neanche dalle amministrazioni locali. Ma l’ostacolo vero, quello che neppure un saltatore olimpionico riuscirebbe a scavalcare, è quello dei braccialetti elettronici, un grande scandalo su cui, incomprensibilmente, nessun pm anti-qualcosa ha ancora voluto indagare.

Prima di tutto perché i braccialetti (in realtà sono cavigliere di plastica anallergica con un chip e una batteria, collegate a una centrale operativa di controllo) sono introvabili. E non a caso l’astuto ministro Bonafede nel decreto “Ristori” ne condiziona l’utilizzo ai “limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Il che significa, apparentemente, che i braccialetti ci saranno se esisteranno i soldi per comperarli. Ma le cose non stanno così. Ed è assurdo che lo Stato, dal 2010, quando ci fu il primo bando del ministro dell’interno Bianco, passando per Pisanu, Cancellieri, Alfano e Minniti, fino a Salvini e Lamorgese, abbia già speso 200 milioni di euro per qualcosa che non c’è. Fastweb, che aveva vinto la gara Europea nel 2016, aveva garantito una fornitura di 1000-1200 braccialetti al mese fino al dicembre 2021. E dove sono questi braccialetti, visto che in aprile, quando si pose il problema dopo il decreto “Cura Italia”, il Dap aveva fatto sapere di averne a disposizione solo 2.600 fino al 15 maggio? E a oggi non se ne ha notizia?

Niente braccialetti, niente detenzione domiciliare, quindi. Ammesso che sia sensato imporre questa vera tortura a chi non ha interesse, dovendo scontare solo pochi mesi, a darsi alla fuga. Ma la razionalità non fa parte del meraviglioso mondo del ministro Bonafede e dei suoi fedelissimi uomini che presiedono il Dap. Che sono ormai tutti magistrati “antimafia” e in quanto tali più preoccupati a castigare qualunque giudice o tribunale di sorveglianza che mandi ai domiciliari qualche boss gravemente malato o in fin di vita piuttosto che impegnarsi a tutelare la salute di tutti i detenuti, come del resto impone loro la Costituzione. Infatti, la famosa circolare che costò la testa al dottor Basentini e un po’ di piccola gogna allo stesso ministro Bonafede, che sollecitava le direzioni delle carceri a segnalare i nominativi dei detenuti ultrasettantenni o portatori di patologie che con la presenza del contagio da Covid-19 avrebbero potuto diventare pericolose, è stata buttata nel cestino. A furor di popolo del Circolo delle Manette presieduto da Marco Travaglio.

E con gravi pressioni su giudici di sorveglianza denunciati al pubblico ludibrio con nomi e cognomi, tanto che alcuni avevano richiesto l’apertura di una pratica a propria tutela al Csm. Adesso che la condizione delle carceri, come denuncia anche un sindacalista degli agenti di polizia penitenziaria, Gennarino De Fazio di Ulpa, sta diventando esplosiva con i contagi raddoppiati nell’arco di cinque giorni, forse qualcuno ripenserà a quella circolare, o l’esame del sangue ai detenuti malati lo faranno, al posto dei medici, i professionisti dell’antimafia? O i seguaci del procuratore Gratteri che aveva detto essere il carcere il luogo più sicuro di tutti?

Il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi ritiene di aver trovato la soluzione: meglio non entrarci del tutto nelle prigioni. Ha ragione, visto che, anche se scoppiasse un incendio o un terremoto, con questi chiari di luna, sarebbe impossibile salvarsi, e anche i malati non potrebbero che uscirne defunti. Ha ragione due giorni all’anno, il dottor Salvi, quando ricorda che la detenzione in carcere è solo l’extrema ratio nell’applicazione della pena. Negli altri 363 giorni il procuratore è indaffaratissimo su altro, per esempio sull’elargire l’immunità ai suoi colleghi magistrati quando fanno un pochettino di traffico di influenze, raccomandazioni ed autopromozioni di carriera.

Oggi Salvi sembra ricalcare, nelle sue raccomandazioni al Dap e ai colleghi delle procure generali di tutta Italia, la famosa circolare dello scandalo: arrestate di meno e fate attenzione alle situazioni sociali, familiari, di età e di salute. Ricordate che mai come in questo momento il ricorso al carcere deve essere l’ultima spiaggia. Quindi suggerisce di “arginare la richiesta e l’applicazione delle misure cautelari” e anche procrastinare quelle già emesse. A noi sembra un buon programma. Purtroppo solo emergenziale. E ci piacerebbe che non solo lui, ma anche tutti i procuratori d’Italia, e soprattutto quelli “anti” come i direttori del Dap Tartaglia e Petralia, magari in un bel girotondo con il procuratore Gratteri, lo facessero proprio. Ricordando che chi giura sulla Costituzione, chi indossa la toga, è obbligato proprio a quei principi e a quel programma.