Secondo Il Fatto di ieri il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, vorrebbe impedire ai detenuti di svolgere lavori di pubblica utilità. Peccato che non sia andata proprio così. Oggetto dello scandalo è il Protocollo d’intesa “Mi riscatto per il futuro”, per la promozione di lavori di pubblica utilità sottoscritto, il 5 agosto scorso, dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria con l’Azienda di Edilizia residenziale pubblica di Roma e la Regione Lazio. Nando Dalla Chiesa sul Fatto quotidiano critica una lettera inviata dal Garante al Dap e scrive: «Il colpo di scena sta nel suo contenuto: ossia il rifiuto di accettare che i detenuti possano essere impiegati in lavori esterni di pubblica utilità, con corsi di formazione, piccola diaria giornaliera e abbattimento del loro debito economico con lo Stato […] Altrimenti si rischia di regredire la cultura giuridica del Paese».

Ma Anastasìa non ci sta. L’obiettivo di quella lettera non è vietare ai detenuti di svolgere, anche a titolo gratuito, lavori di pubblica utilità ma di evitare che gli enti pubblici e le aziende private possano sfruttare le persone, approfittandosi dunque di questa possibilità per evitare di dar loro un giusto compenso. In origine questa possibilità fu ipotizzata nel 2012, a seguito della richiesta da parte di numerosi detenuti di partecipare gratuitamente alla rimozione delle macerie dopo il terremoto che colpì l’Emilia-Romagna. L’ex Ministro della Giustizia Cancellieri, nel 2013 accettò che i detenuti svolgessero lavori di pubblica utilità, colmando una lacuna dell’ordinamento che non permetteva ai detenuti di lavorare a titolo gratuito.

Vale allora la pena anche raccontare quello che è successo dopo la lettera: una riunione fra il Garante, il Segretario generale della Regione Lazio, il Presidente dell’Ater Roma e il delegato Dap ai lavori di pubblica utilità. Cosa ne è emerso? Tutti d’accordo con il Garante che questo protocollo può essere “rinforzato” sia con percorsi di tirocinio, sia di inserimento lavorativo retribuito. «L’operato del Garante non è indirizzato a non far fare, ma a fare meglio, nell’esclusivo interesse dei detenuti e delle altre persone private della libertà» conclude Anastasìa.