Sei mesi in attesa di una risposta da parte del Dap. Sei mesi in attesa di una risposta che non arriva ma è destinata a incidere sulla sua vita in carcere, sulla sfera più umana e personale, su quel diritto all’affettività di cui tanto si parla nella teoria ma che poco viene applicato nella pratica. La storia di questa attesa arriva dal carcere di Secondigliano. È la storia di un ergastolano siciliano a cui da aprile sono vietate le videochiamate a causa di una leggerezza commessa durante un collegamento, non da lui ma da suo fratello. E per un detenuto con la famiglia in Sicilia, recluso in una regione che come la Campania è tra quelle più penalizzate dall’emergenza sanitaria, senza la speranza di una scarcerazione perché condannato all’ergastolo, le telefonate con i familiari sono l’unico ponte con il mondo, con la vita fuori. «Vi chiedo di ripristinare il mio diritto alle videochiamate», scrive in una lettera inviata al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e a cui si è aggiunta anche l’istanza del suo avvocato difensore e quella dell’associazione Yairaiha, la onlus in difesa dei diritti dei detenuti che si sta interessando a questo caso.

Tutto ha avuto inizio ad aprile, quando l’emergenza Covid era nel pieno e i timori di tutti, compresi i detenuti, erano massimi. Nel carcere di Secondigliano, il 47enne siciliano era al telefono con il fratello in una di quelle videochiamate autorizzate durante la pandemia come misura alternativa ai colloqui che erano stati sospesi per ragioni di sicurezza e per ridurre i rischi di contagio. «Non ho alcuna cognizione di come funzionano questi apparecchi elettronici visto che sono recluso da 26 anni», scrive. E nelle sue parole emerge tutta la distanza che c’è tra lo spazio e il tempo in carcere e lo spazio e il tempo fuori, tutta la differenza tra i due mondi. Il detenuto si è trovato a maneggiare un cellulare per la prima volta durante il lockdown. «Ai miei tempi si usavano i telefoni a gettoni», aggiunge. «Il giorno in questione l’agente di servizio mi attivò la videochiamata con mio fratello al quale esternai la mia preoccupazione per il fatto che questo maledetto virus mi teneva costantemente terrorizzato sia per l’età avanzata di mia madre sia per il fatto che io stesso sono cardiopatico e potrei morire in carcere. A quel punto – racconta il detenuto nella sua lettera al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – mio fratello mi disse: stai sereno, ora ti faccio vedere mamma e nostra sorella. E un attimo dopo mi sono apparse sullo schermo del videotelefono».

Il regolamento, però, non lo prevedeva. «Ma io, non sapendo come funzionano questi videotelefoni, non avevo capito che mia sorella era con il suo videotelefono e mia madre con un altro telefono, ognuna a casa propria per via del lockdown». A ogni modo tanto è bastato per far scattare il divieto e negare il diritto alle videochiamate. «Ma mio fratello ha agito in buona fede non conoscendo il regolamento penitenziario e non pensando di arrecarmi un danno – chiarisce il detenuto – Quando l’ispettrice posizionata davanti alla sala videochiamate mi chiese con chi stessi parlando io spontaneamente e con tutta tranquillità le mostrai il videotelefono, certo di non aver fatto nulla di male». La realtà, però, era diversa. «L’ispettrice mi rimproverò perché mio fratello aveva attivato la connessione con persone non autorizzate e mi sospese la videochiamata».

Da allora i colloqui tramite videotelefonie sono sospesi. Il detenuto sostiene che si è trattato di un errore commesso in buona fede, di un «equivoco», «un peccato veniale commesso da mio fratello senza nessuna intenzione disonesta» e pertanto ha chiesto al Dap di revocare il divieto, di chiedere anche informazioni alla direzione del carcere perché si dice sicuro della sua condotta. Sta di fatto che da aprile non può fare videochiamate, il che equivale a non avere contatti con i propri cari se non attraverso telefonate ma solo con chi della famiglia ha a casa un numero fisso (la figlia, per esempio, no). «Dal giorno del mio arresto a oggi – ricorda il detenuto – non sono mai stato sfiorato da un’indagine di polizia giudiziaria e ho mantenuto sempre un comportamento consono alle regole penitenziarie, dedicandomi esclusivamente allo studio e al lavoro e tutt’oggi sono iscritto alla facoltà di Sociologia presso l’università Federico II di Napoli». Di qui il suo grido di dolore.