Molte patologie e pochi medici, la salute in carcere continua a essere un problema. Cardiopatie e sindromi da ansia e depressione sono tra le principali patologie riscontrate nel carcere di Poggioreale. Ipertensione, ansia e diabete affliggono invece la maggior parte dei detenuti del carcere di Secondigliano. Ansia e depressione sono i mali contro cui si combatte anche nel carcere femminile di Pozzuoli e in quello di Santa Maria Capua Vetere di recente al centro dell’attenzione giudiziaria, politica e mediatica per effetto dell’inchiesta sui presunti pestaggi in cella. Il 4% dei detenuti è affetto da disturbi psichici contro l’1% della popolazione generale. La depressione colpisce il 10% dei reclusi mentre il 65% convive con disturbi della personalità. Nell’ultima relazione sulle carceri campane del garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello spiccano, al primo posto tra le patologie più sofferte dai detenuti, i disturbi psichici nella duplice chiave di lettura di causa ed effetto dello stato di restrizione.

A seguire si riscontrano i disturbi cardiocircolatori e gastroenterologici e le patologie infettive. Pochi giorni fa, nel carcere di Poggioreale, si è scoperto un caso di scabbia, malattia infettiva della pelle particolarmente contagiosa. Immediatamente il detenuto in questione, che si trovava recluso nel padiglione Milano, è stato isolato ed è scattata la profilassi. Sebbene si sia riusciti ad arginare con tempismo l’episodio, quello della tutela della salute in carcere, a Poggioreale come negli istituti di pena campani, resta un tema centrale. La politica sembra interessarsene ma solo dopo, quando il fatto o il dramma si è già consumato. Le direzioni penitenziarie affermano di compiere sforzi a fronte di mezzi e risorse non sempre sufficienti. E nei principali dibattiti del Paese la questione carcere in genere la grande esclusa, salvo riesumarla all’occorrenza, magari quando occorre raccogliere consensi elettorali.

Accanto a quello delle patologie più direttamente legate alla carcerazione, come ansia e depressione, c’è il tema delle patologie pregresse che in cella rischiano di acuirsi se non affrontate nei tempi giusti. Già, il tempo. Gioca sempre un ruolo determinante, anche quando si parla di salute e carcere. La maggior parte dei medici che lavorano negli istituti di pena ha contratti a tempo determinato, con scadenze variabili da un mese a un anno, e questo comporta un turnover frequente, “rallentando il processo di presa in carico” come evidenziato nella relazione del garante Ciambriello. I numeri aiutano a descrivere la realtà chiusa all’interno delle mura carcerarie. In Campania, al 31 dicembre 2019, erano in servizio 344 unità di personale sanitario a fronte di 7.412 detenuti. In particolare, 108 medici di reparto, 189 infermieri, 7 tecnici di riabilitazione, 17 psicologi, 23 psichiatri. Numeri che hanno fatto registrare, rispetto all’anno precedente, una diminuzione del 23%. Psichiatri e psicologi, pur essendo tra il personale con più contratti a tempo indeterminato, non bastano.

«A tal proposito – si legge nel report – sembra essere violato l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario che in particolare prevede almeno uno specialista in psichiatria». In media, in carcere, i medici fanno 70 visite giornaliere a cui si aggiungono controlli e dimissioni, il che comporta una mole di lavoro eccessiva che può mettere a rischio la salute della popolazione reclusa e l’incolumità professionale. Non va meglio per quanto riguarda la gestione dei detenuti con disabilità. Nel 2019, nelle varie carceri della Campania, ci sono stati 159 detenuti disabili ma solo 7 tecnici della riabilitazione. È chiaro che l’assistenza non può essere garantita a tutti, o almeno non in maniera sufficiente. E se si considerano anche, come nel caso della maggioranza degli istituti di pena, limiti strutturali dovuti a un’edilizia penitenziaria inadeguata, la situazione inevitabilmente sfocia in una criticità seria.