La settimana di Ferragosto, per chi è in carcere, è la più dura dell’anno. Per giorni non si riceve posta, corsi di formazione e attività che servono a impegnare le giornate e a impegnarsi in qualcosa di costruttivo che serva a dare senso alla funzione educativa che dovrebbe avere il carcere sono sospese. Si fermano anche molti lavori all’interno degli istituti di pena. Il tempo, di contro, si dilata. Alcune volte fino a sfiorare drammi, qualche volta invece arrivando proprio al dramma, al gesto più estremo e disperato.

Il tempo finisce per diventare quasi l’unica componente di giornate vuote, di ore passate a guardare alla tv i telegiornali che raccontano di gente in ferie o al mare, di pensieri che oscillano dai ricordi ai sensi di colpa nei confronti di familiari e persone care che fuori provano a proseguire la vita di tutti i giorni, oppure devono rinunciarvi. La solitudine è uno dei grandi drammi per i detenuti, soprattutto d’estate. Ferragosto è il periodo cruciale. Il personale del carcere, già generalmente sotto organico, va in ferie e i volontari sono molto meno numerosi del solito. Il carcere si svuota di tutti, tranne che di detenuti. Loro restano nelle celle, stipati in otto o in dieci o in qualche caso anche di più.

Addirittura in 14 in una cella del padiglione Roma di Poggioreale. Chi studia e chi lavora deve fermarsi, perché le attività sono sospese. La noia copre i tanti spazi lasciati vuoti da un sistema che ancora fatica a fare delle carceri un vero luogo di rieducazione. E non è una questione legata a quello o a quell’altro istituto perché è il sistema nel suo complesso che presenta carenze e criticità. Poi, certo, ci sono strutture dove la gestione è più efficace o più semplice e altre dove i problemi sono maggiori. Quest’anno, poi, ci si è messa anche la pandemia. Per l’emergenza Covid le tradizionali visite nelle carceri dei Radicali e avvocati sono state limitate a soli cinque istituti di pena in tutta Italia. Poggioreale tra questi. Lì il sovraffollamento resta un problema. L’ora d’aria è limitata a due fasce orarie: dalle 9 alle 11 del mattino e dalle 13 alle 15. Se fa troppo caldo in molti rinunciano.

E l’alternativa è noia e solitudine. «A Poggioreale d’estate i detenuti sembrano morti viventi», dice Pietro Ioia, garante cittadino dei detenuti di Napoli. «Non ricevono posta per giorni, non possono svolgere attività. Tutto fermo, tutto sospeso. Anche le visite mediche specialistiche», racconta. La settimana di Ferragosto è la più difficile di tutte. «In quei giorni il cuore ti arriva in gola», dice.

Poi aggiunge un ricordo personale: «Quel Ferragosto era di giovedì», ricorda. Alle nove del mattino, in cella erano già tutti svegli. Ognuno degli otto detenuti che dividevano lo spazio della stanza trovava nella routine di piccoli gesti come farsi la barba il senso di una nuova giornata. D’un tratto la porta si spalanca, un gruppo di agenti della polizia penitenziaria entra e con le maniere forti cerca una pistola perché era stato trovato un proiettile in un pantaloncino arrivato con i pacchi portati dai familiari. «Ricordo ogni dettaglio – racconta Ioia – Il proiettile era stato trovato nel pantalone di un detenuto arrivato tre giorni prima nella nostra cella, noi nemmeno avevamo avuto il tempo di conoscerlo. Per fortuna il mio avvocato venne a trovarmi in carcere, andò subito dall’allora comandante della penitenziaria e la vicenda fu chiarita. Era il 1985, a quel tempo il carcere era diverso ma le difficoltà erano le stesse di adesso».

POGGIOREALE
Il sovraffollamento resta uno dei problemi del grande penitenziario cittadino. A Poggioreale si sta in media in otto o nove detenuti in una cella, ce ne sono alcune in cui si sta in cinque e sembra quasi un lusso, ma ci sono molte camere in cui si arrivano a contare anche dieci e più reclusi. Il record è nel padiglione Roma. Lo ha segnalato il garante cittadino dei detenuti Pietro Ioia. Nel reparto dove scontano la pena (o sono in attesa di processo) gli accusati di reati sessuali, si contano addirittura 14 detenuti in una sola cella. Immaginare la vita in quegli spazi richiama agli incubi peggiori. E con il caldo di queste settimane la situazione diventa ancora più drammatica. Poggioreale è il più grande carcere di Napoli e d’Italia. Costruito nel 1918, ha otto padiglioni, non tutti rimodernati. I fondi stanziati per l’ammodernamento, dopo essere stati fermi per anni, potrebbero (il condizionale è ancora d’obbligo) essere sbloccati nei prossimi mesi. È un carcere dove si fanno i conti con carenze di personale e risorse sia tra la polizia penitenziaria sia tra educatori, psicologi e mediatori culturali. E dove la vita in cella può diventare difficile e drammatica tanto, in qualche caso, da portare al suicidio.

SECONDIGLIANO
È tra le carceri più moderne delle Campania e anche quello dove, grazie a un’intesa con l’università di Napoli Federico II, sono attivi corsi di formazione e percorsi di studio universitario per i detenuti. Attivo dagli anni ‘90, il carcere di Secondigliano è quello dove le celle sono aperte fino alle 18, funziona la sorveglianza dinamica e il sovraffollamento non è tra le criticità visto che si sta in due in una cella. Resta il problema, per i detenuti, della solitudine e della mancanza di attività durante la stagione estiva, della carenza di organico soprattutto tra il personale della polizia penitenziaria che conta seicento unità a fronte delle oltre mille previste sulla carta nella pianta organica. La struttura penitenziaria, secondo dati aggiornati a inizio anno, ospita 323 detenuti in attesa di giudizio, 439 detenuti che stanno scontando una condanna definitiva e 170 detenuti in semilibertà. C’è anche un reparto in cui sono reclusi detenuti in regime di alta sicurezza. E i detenuti stranieri sono 97, provenienti in particolare da Albania, Nigeria e Romania. Mentre, sul fronte delle risorse umane messe in campo per gestire i reclusi, si contano, tra gli altri, 12 funzionari pedagogici, 7 psicologi, 17 mediatori culturali.

SANTA MARIA CAPUA VETERE
Il caso più recente è quello segnalato dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, ma fa riferimento a un problema vecchio quasi quanto il carcere. Nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere l’acqua corrente è un problema e un lusso allo stesso tempo. L’acqua è razionata, la forniscono due autobotti giornaliere. E quella che esce dai rubinetti delle celle è gialla e spesso, stando a quanto si apprende attraverso le denunce e le lamentele di tanti detenuti, causa dermatiti. Di certo non è potabile. Il problema risulta legato ai lavori per dotare la struttura penitenziaria di una rete idrica che non sono stati mai realizzati nonostante i fondi – oltre due milioni e 190mila euro – stanziati dalla Regione Campania quattro anni fa. Risorse che il Comune casertano non spenderebbe. Eppure il progetto finalizzato alla costruzione della rete idrica a servizio del carcere risale al 1996. Nei mesi scorsi il penitenziario è finito all’attenzione delle cronache anche per il presunto pestaggio denunciato da alcuni detenuti e per il quale ci sono agenti della polizia penitenziaria indagati, finiti al centro di un’inchiesta penale coordinata Procura sammaritana. I fatti sarebbero in qualche modo conseguenza delle tensioni vissute in alcuni dei padiglioni della struttura nel periodo dell’emergenza Covid.

POZZUOLI
Più spazi per ospitare i figli delle detenute e più occasioni di incontro tra i piccoli e le loro mamme attraverso eventi e feste che evitino ai bambini lo choc del carcere. Sono queste le priorità indicate per il carcere femminile di Pozzuoli. La struttura sorge nella sede di un convento risalente al quindicesimo secolo. Agli inizi del ‘900 le celle dei frati furono trasformate nelle celle di un manicomio criminale e poi in quelle dell’attuale carcere femminile. Il sovraffollamento nell’istituto penitenziario di Pozzuoli non è un problema oggi. Secondo i dati più recenti, infatti, a fronte di una capienza di 109 detenute se ne contano attualmente 105. La struttura è composta da tre reparti, 26 celle in tutto. È garantita la sorveglianza dinamica e c’è persino un’area verde con tanto di panchine e giochi per rendere più gradevoli gli incontri domenicali mensili tra le detenute e i loro figli. Tuttavia, il vero problema, soprattutto in queste settimane di piena estate, continuano a essere i tempi, quelli intervallati dalle sole ore di socialità perché tutte le attività formative e rieducative che normalmente tengono impegnate le detenute sono fortemente ridimensionate durante il periodo feriale, quelli lunghi delle giornate troppo vuote e tutte uguali a se stesse.