Viviamo in uno strano Paese: se qualcuno osa applicare l’articolo 27 della Costituzione e invece di pestare i detenuti, cerca di metterli nelle condizioni di fare un percorso di rieducazione, rischia di finire travolto dalle polemiche o addirittura in galera. Per i benpensanti con la pistola in mano è davvero troppo che invece della vendetta ci sia la possibilità di rifarsi una vita. Figuriamoci poi se questo coincide con la partecipazione a un programma televisivo come è accaduto a un gruppo di detenuti del carcere di Marassi di Genova che lunedì sera hanno registrato il programma Sky Italia’s Got talent proponendo un brano del loro spettacolo teatrale. Invece di applaudire, commuoversi, dire bravi, come hanno fatto i quattro giudici del programma che li hanno “promossi”, sono scattate le critiche del sindacato della polizia penitenziaria Uilpa per l’orario notturno in cui è avvenuto lo spostamento da Genova a Roma (il talent viene registrato a Cinecittà) e per l’emergenza coronavirus.

Il leader della Lega Matteo Salvini non poteva farsi scappare un’occasione così ghiotta per polemizzare definendo l’iniziativa «scellerata e vergognosa»: «Anziché investire in divise, dotazioni, mezzi e pagare gli straordinari agli agenti, ecco come butta i soldi il governo». Una parte della spese sono state in realtà sostenute dall’associazione Teatro Necessario che nel carcere di Marassi gestisce da quindici anni i laboratori teatrali, ma è evidente che la polemica è un’altra: non sui soldi, ma sulla natura stessa del carcere. Da una parte c’è la Costituzione, dall’altra c’è l’idea del carcere come buco nero, come un luogo in cui viene sospeso lo stato di diritto. La Lega è pronta a presentare l’interrogazione al ministro Alfonso Bonafede, che ieri in commissione Giustizia ha messo subito le mani avanti: “Ho disposto accertamenti per ricostruire i fatti”. Solerzia che il ministro non dimostra nei confronti dei pestaggi avvenuti nelle carceri come rappresaglia dopo le proteste di marzo. Se si rieduca, scattano i controlli, se si viene presi a botte va tutto bene. Il ministro della Giustizia più inutile e dannoso della storia della Repubblica è così: silenzio sul carcere di Santa Maria Capua Vetere e accertamenti quando si fa di tutto per essere umani.

Ma cosa hanno fatto di così male i cinque detenuti? Hanno urlato, bestemmiato, invitato i cittadini a rubare, uccidere? Niente di tutto questo. Sono andati in tv a far vedere il loro talento, hanno raccontato quello che sanno fare. Hanno messo in scena un brano in cui i detenuti salutano i parenti quando entrano in carcere. Lacrime. Emozione. Questo si doveva provare. Invece… Intervistata dal fattoquotidiano.it la direttrice del carcere di Marassi ha difeso l’iniziativa: «La trasferta – ha detto Maria Milano – fa parte di un progetto di lavoro esterno autorizzato da tempo e consentito dall’articolo 21 della legge sull’ordinamento penitenziario. Il viaggio si è svolto in totale sicurezza, sia i detenuti che gli agenti sono usciti con il nullaosta sanitario e sono stati sottoposti a tampone prima del rientro. Ogni attività – ha continuato – può essere considerata superflua, ma io sono dell’idea che il percorso trattamentale non possa essere abbandonato, altrimenti le carceri diventano bombe a orologeria. Scontare la pena con finalità rieducative è un diritto costituzionale».

Speriamo che questa direttrice coraggiosa non debba pagare un prezzo per queste sue parole e per le sue decisioni. Altre volte è successo. L’ex direttrice del carcere di Reggio Calabria, Maria Carmela Longo, è stata addirittura accusata di concorso esterno in associazione mafiosa ed è stata disposta per lei la misura cautelare dei domiciliari, poi revocata. Al momento è stata sospesa per un anno dal suo lavoro. Ma la sua vicenda racconta bene il clima che si vive nelle carceri italiane: se sei un magistrato di sorveglianza e consenti a un detenuto malato di tumore di andare ai domiciliari, contro di te si scatena l’orda mediatica e arrivano i controlli. Se sei una direttrice che applica la Costituzione, sei fregata e si indaga su di te. Se sei un detenuto e accusi di pestaggio la polizia penitenziaria, aspetta e spera…

Qualche anno fa a Berlino i fratelli Taviani vinsero l’Orso d’oro con il film Cesare deve morire, racconto commovente su un’esperienza teatrale nel carcere di Rebibbia. Un gruppo di detenuti deve mettere in scena Shakespeare e scopre quanto nella tragedia del Giulio Cesare ci sia della loro storia e della vita di tutti. Molto probabilmente oggi un film così non si potrebbe fare. Accuserebbero i due grandi registi, Paolo e Vittorio, morto nel 2018, di chi sa quale concorso esterno, di favorire i boss. Chissà quante puntate di Non è l’Arena contro di loro: altro che Orso d’oro, altro che applausi internazionali, gli avrebbero reso la vita impossibile. Come viene resa a tutti coloro che cercano di applicare la Carta, a tutti coloro che cercano di stabilire un legame tra il dentro e il fuori delle prigioni.

Viviamo nel Paese in cui il processo mediatico è più diffuso. I verdetti si decidono via tv, le condanne si eseguono sui social, le giurie sono composte da giornalisti, politici, esperti tuttologi. Non c’è caso che ancora prima di arrivare in un’aula di giustizia non venga buttato in pasto all’opinione pubblica. Le prove non contano, contano i “si sa”, i “si dice”, i “si mormora” detti a uso e consumo del pubblico vociante. Ma guai se a quel pubblico per una volta si mostra il lato migliore della pena, se si mostra come i detenuti, anche quelli che hanno commesso reati molto gravi, sono persone, sono esseri umani. Guai se si mostra che sanno fare e che anche loro possono trovare forme di riscatto. Bravi e coraggiosi, quelli di Italia’s got talent nel decidere di chiamarli e di farli passare alle fasi successive.

Ma sapranno resistere a queste polemiche? Riusciranno a non farsi intimorire? Sarebbe bellissimo perché una volta tanto invece del processo e della vendetta, la tv metterebbe in scena la possibilità del perdono, la possibilità di identificarci con chi ha sbagliato, con chi ha causato il male agli altri e tenta di rifarsi una vita. Ma non ditelo a Bonafede, se no partono gli accertamenti…