Per spiegare davvero cosa sia il carcere, uno dovrebbe essersi fatto un po’ di galera, sul serio non come succede per finta nei film americani. Ma poi nemmeno questo basterebbe, perché ognuno tenderebbe a raccontare le proprie prigioni, con troppi elementi personali e pochi di carattere e utilità generale. Stefano Natoli conosce il carcere perché ci entra da volontario, ha 25 di esperienza giornalistica, è membro di Nessuno Tocchi Caino, quello che gli manca come esperienza di sofferenza personale è sostituito da una conoscenza profonda di uomini, luoghi, dati. Ha scritto un libro che esce a fine mese, edito da Rubbettino, che si intitola Dei Relitti e Delle Pene: avrebbe potuto chiamarsi, senza che fosse un gioco di parole, I Relitti delle Pene, quello che il sistema carcerario restituisce degli esseri umani che siano entrati nelle sue spire.

I dettati della Costituzione, ravvedimento, rieducazione, reinserimento, trattamento umano diventano fantasmi, assumono il tono della beffa, in barba alle sentenze della CEDU, la corte dei diritti umani. Lo stato delle prigioni italiane finisce spalle al muro sotto l’incalzare impietoso dei dati: 54mila detenuti contro una capienza di 46, 120 ogni 100 posti disponibili. 2700 donne recluse e 60 bambini che vivono con loro. 70 mila bambini che ogni anno entrano in carcere per poter incontrare madri e padri detenuti. 20 mila stranieri dietro le sbarre. 9 mila detenuti nei gironi infernali dell’alta sicurezza. 1.700 reclusi all’ergastolo. Numeri che continuano e continuano impietosi per costruire la reale espansione del dramma, per sfatare miti, fare a pezzi luoghi comuni. Il carcere è il paese della sofferenza, è una nazione che costruisce relitti, trasforma anime nere, grigie, chiare, in zombi, buoni più a niente, per la società e per se stessi. Nel carcere non si vive facile, dal carcere non si esce facilmente. Molti ci escono fisicamente da morti. Molti, nonostante la liberazione, mentalmente non ci usciranno mai.

I problemi reali: una eccessiva normazione di carattere penale, troppe violazioni minime che portano al carcere, alle quali si potrebbe porre rimedio con sanzioni diverse. Una carcerazione preventiva lunghissima, che lascia segni indelebili su un 29% di soggetti che alla fine il sistema giudiziario riconoscerà innocenti. In carcere ci si sta stretti, e il disagio è dei detenuti e anche degli operatori di polizia, di tutti quelli che per lavoro o coscienza lo frequentano quotidianamente. La misura della civiltà del Paese che è in perenne curva discendente, mentre la curva in salita della pandemia in corso mette a nudo la sua deficienza sanitaria oltre a quella di civiltà. Le casistiche di buoni esempi allocano ai margini, diventano eccezione mai regola. Un sistema civile non si può affidare alla buona volontà, deve avere in missione il rispetto costituzionale, se la Costituzione ha ancora valore, se sta al vertice della gerarchia legislativa.

La maggior parte delle detenzioni è prodotta dal multiforme mondo della droga che mischia lo spaccio alla dipendenza e risolve, per modo di dire, contraddizioni sociali scaricandole nel posto sbagliato. Perché il carcere è sempre più una discarica sociale che tiene, e non dovrebbe, criminali per scelta e inciampi di vita, arroganza e disperazione, ambizione e malattia. 134,50 euro costa giornalmente ogni detenuto, la moltiplicazione per il totale rende evidente quanto si potrebbe fare in chiave preventiva, con indirizzi economici mirati. Quanti si salverebbero dal carcere, e quante vittime sfuggirebbero ai propri aguzzini, se invece di pensare alla repressione si investisse su una prevenzione sociale? Quanto la gente fuori vivrebbe con meno paura e minori prigioni mentali se conoscesse a fondo il sistema carcerario, se conoscesse fisicamente le storie dei detenuti, il loro reale spessore criminale?

Il libro pone tantissime domande, e dà tantissime risposte. Una miniera di informazioni utili per chi volesse porre rimedio al declino della funzione della pena a secoli, ormai, dai Lumi. Una miniera di informazioni per il popolo di fuori che del carcere conosce un film ingannevole. Tra le righe di Natoli sparisce la voluttà serica della seta, compare il panno ruvido di una galera reale. Sorge l’insofferenza ingiusta che la società dei buoni infligge ai cattivi, e ai presunti tali.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.