«Una cabina di regia con il compito di uniformare sull’intero territorio regionale le metodiche e le procedure per garantire a tutti i detenuti il diritto alla studio, che vuol dire poter costruire il futuro da dentro per il fuori. Sapendo che il diritto allo studio si coniuga con il diritto a ricominciare, anche per i diversamente liberi». Questa la proposta di Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti, intervenuto durante l’incontro nella casa circondariale Pasquale Mandato di Secondigliano, sull’importanza del polo universitario in carcere e il diritto allo studio per i reclusi. Proposta lanciata alla presenza del ministro dell’Università ed ex rettore della Federico II Gaetano Manfredi. In Campania ci sono molti diplomati che vivono dietro le sbarre: sono 514, che se adeguatamente supportati potrebbero continuare gli studi e conseguire una laurea.

Oggi la nostra regione ospita 6.428 detenuti, 69 dei quali sono laureati, 40 risultano essere privi di titolo di studio e 282 sono analfabeti. Due anni fa nel carcere Pasquale Mandato è stato inaugurato il Polo universitario penitenziario regionale per i detenuti della Campania e le richieste di iscrizione ai vari corsi di studio non sono tardate ad arrivare: sono circa 50 i detenuti che si sono immatricolati per l’anno 2018-2019 e studiano per conseguire la laurea in Sociologia, Giurisprudenza, Scienze politiche e c’è stata una maggiore richiesta per la facoltà di Economia, Lettere moderne e Scienze gastronomiche. Per l’anno in corso, invece, sono state 54 le richieste di immatricolazione che, sommate a quelle dell’anno scorso, fanno salire a 111 il numero di reclusi impegnati nello studio. Nel resto del Paese, invece, a fronte di una popolazione carceraria di circa 61mila persone, sono 796 i detenuti studenti, iscritti in 30 università e nel 25 per cento dei casi dediti a discipline politico-sociologiche.

Samuele Ciambriello durante l’incontro ha sottolineato anche le criticità da risolvere al più presto: pochi fondi per l’acquisto di attrezzature tecnologiche e libri di testo, mancano spazi e volontari dediti all’insegnamento, c’è una scarsa attenzione da parte dei magistrati di sorveglianza sia sulla possibilità di includere la promozione dell’istruzione nel “piano trattamentale” sia sui benefici degli studenti che frequentano l’università. Infine, ci sono tempi troppo lunghi per gli spostamenti del detenuto al Polo universitario e occorre rivedere l’esclusione delle donne dagli studi. Tutto questo incide sul diritto allo studio dei reclusi.

Come agire? «Serve una stretta collaborazione tra Regione e università. Bisogna garantire più ore ai tutor, valorizzando i cultori della materia, il cuore dei poli universitari dovrà essere rappresentato dalle biblioteche – ha spiegato il garante regionale dei detenuti – e occorre organizzarsi per continuare la formazione anche in tempo di pandemia». Tutto questo per consentire a chi vive in cella di potersi istruire. Perché studiare vuol dire conoscere e conoscere permette anche di decifrare la realtà che si ha attorno, di avere strumenti nuovi per viverla e di riflettere sugli errori commessi in vista del reinserimento nella società. Lo scopo della detenzione, d’altra parte, dovrebbe essere proprio questo.