Il carcere e la sua funzione di rieducazione. Il mondo fuori e quello dentro. I detenuti e quelle opportunità di reinserimento nella società, espiata la pena, di cui si parla da anni. Quando non diventano slogan da usare all’occorrenza, le parole si traducono in realtà, ma ancora per pochi. “Troppo pochi” è l’allarme. “La detenzione non può consentire la soppressione del diritto allo studio, insieme ad altri diritti fondamentali. È un’opportunità che deve essere garantita, anche come momento di rieducazione e ri-socialità”, spiega Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania. “Purtroppo – aggiunge – questa possibilità di esercitare il diritto allo studio universitario non è data a tutti coloro che sarebbero nelle condizioni di esercitarlo e avrebbero l’interesse a farlo”.

Il nodo sta nell’assenza di un impegno normativamente regolato sul versante delle università e nell’assenza di un vero e proprio diritto riconosciuto ai detenuti ed esigibile in maniera incondizionata. “Diciamoci la verità – aggiunge il garante regionale – dipende dal carcere nel quale ci si trova, dalla capacità di attivazione presso le amministrazioni e le strutture didattiche universitarie di chi è in contatto con il detenuto interessato, dall’interesse e dalla sensibilità di alcuni docenti”. Insomma, se un detenuto chiede di poter seguire un corso universitario non è detto che possa farlo. Eppure chi lavora in carcere e si impegna per la tutela dei diritti dei detenuti crede fermamente che la strada della cultura sia una delle poche vere opportunità di recupero e riabilitazione per chi è in cella.

“L’anagramma di carcere è cercare – dice Ciambriello – Chi è in carcere deve ritrovarsi per riabilitarsi, trovare una motivazione all’errore commesso e rispetto alla pena da espiare una risposta riparativa”. In tutta Italia, a fronte di una popolazione carceraria di circa 61mila persone, si contano solo 796 detenuti studenti, iscritti in 30 università, e per il 25 per cento dediti a discipline politico-sociologiche. A Napoli, nell’istituto penitenziario di Secondigliano, c’è un polo universitario promosso dalla Federico II. Lì dove si pensava di realizzare nuove celle, da qualche anno ci sono aule attrezzate per ospitare studenti detenuti. Nei giorni scorsi Ciambriello, con il supporto dell’Assessorato alle Politiche sociali della Regione e il Polo universitario di Secondigliano della Federico II, hanno donato sedie, banchi, lim, libri, materiale di cancelleria, tuner per stampanti, dizionari, cartine geografiche e tutto ciò che serve a garantire il diritto allo studio in carcere.

Nell’anno accademico 2019-2020 sono stati 92 gli iscritti ai vari corsi di laurea, nell’anno accademico precedente il numero dei detenuti studenti sfiorava i 50. E si scopre che in cella studiano camorristi e detenuti comuni, mentre quelli dell’alta sicurezza con maggiore profitto. Luigi, 40 anni e una condanna sulle spalle a 14 anni di reclusione per aver fatto parte per anni di un clan della camorra dell’area a nord di Napoli, ha scelto di studiare Giurisprudenza: è il detenuto studente modello della Facoltà, con tutti 30 e 30 e lode agli esami. Lello, invece, in carcere ci è finito per una di quelle storie che sono una tragedia per chi le procura e per chi le subisce: ha dipinto le pareti del padiglione Firenze di Poggioreale con i disegni e le tecniche apprese studiando Belle Arti e ora che è stato trasferito nel carcere di Secondigliano è tra gli iscritti al corso di laurea in Scienze erboristiche. Tra i corsi più seguiti c’è quello in Scienze nutraceutiche.

E in tempo di Coronavirus le lezioni si fanno a distanza, utilizzando una piattaforma telematica ad hoc. Proprio per le problematiche legate a questo tipo di modalità e alla possibilità di usare il pc in cella, alcuni giorni fa era scoppiato il caso di A.A., un detenuto ergastolano, ex 41 bis, che aveva iniziato lo sciopero della fame per ottenere un computer in modo da poter sostenere esami e consultare il materiale didattico per la laurea in Sociologia che vorrebbe conseguire. Un caso ora risolto, ma che mette in evidenza la necessità di investire ulteriormente su programmi formativi e attrezzature per consentire alla popolazione carceraria della Campania di intraprendere un percorso scolastico o accademico: la strada più breve verso la riabilitazione.