Da una parte i racconti di detenuti e di loro familiari e dall’altra gli atti e le relazioni di servizio. Si parte da qui per riannodare i fili di una trama che appare buia e complicata, e che rischia di finire al centro di un nuovo caso giudiziario. Parliamo dei presunti pestaggi all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere su cui indaga la Procura casertana diretta dal procuratore Maria Antonietta Trocone. Con il passare dei giorni aumentano le segnalazioni e le denunce, le foto e gli audio sui social. All’esposto del garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, alle segnalazioni del garante dei detenuti di Napoli Pietro Ioia, quelle dei familiari di un detenuto e dell’associazione Antigone, si aggiunge ora anche l’esposto che il direttivo del Carcere possibile, la onlus della Camera penale napoletana presieduta dall’avvocato Anna Maria Ziccardi e impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti, ha deciso di presentare annunciando l’intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale processo così come accaduto per il caso della cosiddetta “Cella zero” del carcere di Poggioreale, un processo per cui sono a giudizio agenti della polizia penitenziaria e il dibattimento è ancora in corso.

Sulla carta, agli atti delle relazioni di servizio interne al carcere di Santa Maria Capua Vetere, quella eseguita lunedì pomeriggio, 6 aprile, era una perquisizione straordinaria. L’intervento degli agenti della polizia penitenziaria, quindi, stando alle carte, doveva essere finalizzato a una bonifica delle celle del padiglione Nilo dopo le violente proteste della sera precedente. La bonifica è un intervento previsto ma di prassi non prevede l’uso della forza. Gli agenti dovevano controllare che nelle celle non ci fossero oggetti non consentiti. E stando alle relazioni di oggetti non consentiti ne sarebbero stati trovati (pezzi divelti da brande e tavoli) e la protesta della sera prima sarebbe stata di grande tensione. La rivolta era esplosa domenica sera nel reparto Nilo dopo la notizia di un detenuto trovato positivo al coronavirus in un padiglione tuttavia diverso.

Così, mentre nella sezione del contagiato si eseguivano i controlli sanitari a tappeto su tutti i detenuti e con una certa rapidità, i reclusi del Nilo, reparto che ospita 372 persone e otto sezioni, mettevano in atto barricate con tavoli, sedie e brande e taniche di olio bollente e fornelli a gas a portata di mano. La bonifica era scattata il giorno dopo la rivolta per rendere possibile una perquisizione straordinaria e evitare situazioni di pericolo. L’attenzione si era focalizzata soprattutto sulla terza e la quinta sezione.

I detenuti, però, hanno raccontato altro, facendo riferimento ai presunti pestaggi. “Erano in tenuta antisommossa, con il volto coperto. Ci hanno fatto uscire dalle celle, ci hanno costretti a spogliarci e ci hanno colpiti con calci e manganellate”. Ecco l’accusa. Ecco, in estrema sintesi, il racconto di chi dice di aver vissuto quei momenti di violenze e umiliazioni. Sarà tutto al vaglio degli inquirenti. Sul caso è stata avviata anche una verifica interna. Il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Antonio Fullone ha chiesto una verifica conoscitiva per prendere visione di atti e documenti e capire cosa sia realmente accaduto, senza comunque accavallarsi all’indagine penale che seguirà il suo corso.

“Ci sarà massima collaborazione con l’autorità giudiziaria – ha garantito – perché è interesse di tutti che sia fatta chiarezza. Attendiamo serenamente l’esito delle indagini, evitando di anticipare sentenze che in questo momento sono assolutamente premature e rischiano di creare un clima di pregiudizio che non aiuta nessuno”. Intanto si fanno insistenti le voci di nuove possibili proteste davanti alle carceri campane.

 

FIRMA L’APPELLO: http://bit.ly/DRAMMA_CARCERI