Immaginate un carcere dove i detenuti non sono costretti a giocarsi a carte il materasso perché i materassi in dotazione non bastano per tutti, dove non si è costretti a dividere una cella pensata per cinque persone con dieci e più individui. Un carcere dove la pena non coincide soltanto con la sofferenza e la reclusione non equivale unicamente a privazione ma può essere anche un’occasione, un’occasione per rivedere le proprie scelte, migliorare i propri comportamenti, imparare un lavoro, garantirsi un’alternativa. Immaginate che con un carcere concepito in questo modo: l’Italia non sarebbe più puntualmente condannata a pagare milioni di euro per le ammende stabilite dalla Corte europea dei diritti umani a causa del trattamento inumano che il nostro Paese riserva ai detenuti.

Immaginate quanti soldi verrebbero risparmiati, soldi che poi arrivano dalle tasche dei contribuenti e quindi di tutti noi che paghiamo le tasse. Immaginate anche il vantaggio sul piano sociale e della sicurezza collettiva. Sì, della sicurezza. Perché, dove il carcere assolve appieno alla sua funzione di rieducazione e di ricostruzione dei valori e dei rapporti umani, il tasso di recidiva è più basso. Vuol dire che chi esce da un carcere come quello che proviamo a immaginare è meno portato a delinquere nuovamente e più orientato a optare per un’alternativa di vita che in carcere ha imparato a conoscere. La realtà è ancora ben lontana da tutto questo, le nostre carceri continuano a essere luoghi di diritti negati o minimamente garantiti e luoghi di una perenne emergenza. Perché? Lo abbiamo chiesto al professor Domenico Alessandro de Rossi, vicepresidente del Centro europeo studi penitenziari (Cesp), componente della Federazione italiana diritti umani, architetto, urbanista e docente universitario, esperto di edilizia penitenziaria.

«C’è molta ignoranza in materia – spiega – Purtroppo c’è molta improvvisazione e il discorso penitenziario non viene affrontato in modo corretto dalla politica che preferisce metterlo da parte perché è più facile fare una politica vendicativa che punta alla pancia della collettività e concepisce la pena come occasione di vendetta da parte dello Stato, anziché fare una politica informativa per far comprendere adeguatamente alla popolazione, con una campagna culturale importante, che la detenzione può diventare un’occasione di trasformazione dell’individuo, di miglioramento del comportamento, di annullamento della recidiva e quindi un beneficio per la società stessa». Per tutto questo serve una visione di insieme, una politica illuminata e colta, capacità di programmazione. «La politica e la società dovrebbero capire che rinnovare i concetti della detenzione secondo quello che stabilisce la Corte europea dei diritti dell’uomo e prevede la nostra Costituzione è un investimento produttivo e utile per la società. Ma la politica attuale – aggiunge de Rossi – fa programmazione dell’oggi pomeriggio o del domani al massimo, non pensa a una programmazione culturale da qui ai prossimi dieci o venti anni. E nell’opinione pubblica è diffusa l’idea che la pena debba essere solo privazione, dolore e sofferenza e il carcere sia il luogo dove si sconta questa sofferenza, dove si deve stare male, dove magari si muore anche, o se si hanno delle malattie non si viene curati».

I nodi sono nei gap culturali e in una scarsa volontà di risolvere le infinite emergenze del Paese, carcere in primis. «Quando la disfunzionalità dello Stato si mantiene per così tanto tempo vuol dire che è funzionale per altre logiche – ragiona il professor de Rossi – È molto triste ma è il sospetto che ho. Perché i mezzi ci sono, abbiamo una Costituzione e abbiamo studi ed esperti in grado di fornire soluzioni per risolvere determinate criticità». Basterebbe solo guardarsi intorno, volgere lo sguardo ad altri Paesi europei. «Persino in Libia, quando nel 2003 fui chiamato dal colonnello Gheddafi per ripensare a un nuovo assetto delle carceri, e parliamo di strutture che come quella di Tripoli contavano 3mila detenuti – racconta de Rossi – si pensò a un progetto che includeva anche spazi per l’affettività e la sessualità dei detenuti». La sensazione è che non si siano messi a frutto i semi della civiltà e della cultura gettati dai padri costituenti.

«Il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione prevede che la carcerazione debba tendere al miglioramento dell’individuo, ma dopo tanti anni siamo ancora fermi al palo, anzi andiamo indietro. Penso al progetto del carcere che si vorrebbe costruire a Nola – aggiunge de Rossi – Si tratta di una mostruosità, lontana dalla nuova concezione penitenziaria secondo cui le carceri non devono ospitare più di 300 o 330 detenuti. A Nola si vorrebbe costruire una seconda Poggioreale, con oltre 1.500 detenuti, un nuovo inferno penitenziario e per giunta costosissimo». Pensare agli spazi all’interno degli istituti di pena è uno dei passaggi cruciali e strategici. «Lo spazio condiziona la mente – spiega il vicepresidente del Centro europeo degli studi penitenziari – Uno spazio impoverito impoverisce la mente, uno spazio arricchito è fatto di occasioni, occasioni di studio, di lavoro, fa bene e consente il cambiamento comportamentale dell’individuo che quindi ne esce trasformato così come previsto dalla nostra Costituzione».

E qui il discorso torna al fattore C: cultura. «Non basta essere ingegneri o architetti – sottolinea de Rossi – bisogna avere un retroterra ampio, articolato, sistemico, multidisciplinare. La progettazione è il punto finale ma a monte serve una cultura forte e consolidata». Parla di sistema, de Rossi, per indicare una visione di insieme che includa anche una programmazione a lunga gittata. «Ma oggi la politica è capace di fare programmazione a lunga gittata? – si chiede – Guardi cosa stanno facendo per accumulare idee, le più dissimili, per poter avere accesso ai finanziamenti europei. Tutti pezzettini messi insieme senza una visione coerente dello Stato. Invece è importante avere del sistema Italia una visione integrata sistemica in cui trasporti, turismo, economia, cultura, scuola, università, beni culturali, eccetera facciano parte di un unico grande progetto che è quello di risanare l’Italia. Purtroppo, ancora si va avanti mettendo pezzettini a seconda delle varie richieste che vengono fatte dalle varie regioni. Il vero problema – conclude – è che manca una visione sia dello Stato in generale sia delle situazioni locali, e ovviamente anche del carcere».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).