In Campania, secondo dati aggiornati a ieri, ci sono 6.419 detenuti reclusi tra le 15 carceri sparse sul territorio regionale a fronte di una capienza di 6.050 persone. Il picco è a Poggioreale, arrivato a 2.024 detenuti. Il che vuol dire oltre 200 nuovi ingressi negli ultimi quattro mesi. Nel carcere napoletano l’emergenza sovraffollamento viaggia di pari passo con la crisi sociale ed economica che il Covid ha acuito: se, infatti, durante il periodo di lockdown si era raggiunto il tetto delle 1.800 presenze, un numero che paragonato alle poco più di 1.600 da capienza regolamentare faceva intravedere una luce in fondo al tunnel, le 2.024 presenze attuali fanno ripiombare il penitenziario nelle criticità di sempre. Oltre duemila nuovi detenuti a Poggioreale non sono la dimensione di un fenomeno che deve riguardare soltanto la sfera penitenziaria, ma sono anche il riflesso della realtà che c’è fuori dal carcere e che interessa tutti, sono l’effetto di quel che accade nelle strade, in quelle della periferia della città come del suo centro, sono esempio di drammi familiari o di nuovi alibi criminali.

Perché? Perché la maggior parte dei nuovi arrivati in carcere ha raccontato di aver commesso un reato per necessità. Non ci sono, per il momento, statistiche o indagini a confermare la tesi ma, se è vero che il carcere anticipa fenomeni sociali e umani, questo dato diventa un campanello d’allarme da non sottovalutare. Il dato merita attenzione anche perché è tutto napoletano, cioè è strettamente legato a dinamiche e realtà di Napoli e provincia. Non si è registrato lo stesso trend, infatti, negli altri istituti di pena della Campania dove ci sono stati sì aumenti di ingressi in carcere dopo la fine del lockdown, ma non in maniera tanto significativa da suonare come campanello di allarme come accaduto a Napoli. A Napoli, dunque, si teme un’impennata di reati. Se sono vere le storie dei tanti detenuti entrati di recente in cella, si delinque per mancanza di lavoro, per assenza di alternative, perché chi lavorava in nero da quando c’è il Covid non lavora più, perché chi viveva di espedienti e lavori saltuari ora deve vivere di nulla e non ce la fa. La pandemia ha dato un duro colpo all’economia locale, mettendo in ginocchio i piccoli imprenditori e il campo del lavoro sommerso e creando una nuova emergenza. Sullo sfondo, poi, c’è sempre il dilagare della criminalità comune, un dilagare che è un fenomeno dalle origini antiche ma dai risvolti più recenti. Ed ecco che da quando è terminato il lockdown si assiste a un aumento vertiginoso di arresti che si traduce in un aumento di nuovi ingressi nel carcere di Poggioreale.

Certo, questo è solo uno degli aspetti di una realtà ben più ampia e complessa. Per cui i numeri sull’impennata di arresti vanno letti anche dalla prospettiva di una presenza criminale che continua a essere una costante per Napoli. Con la fine del lockdown la criminalità, organizzata e non, ha ripreso i suoi affari illeciti. In aumento anche scippi, furti e rapine, espressione di una criminalità scatenata ma talvolta anche disperata, e del nuovo allarme sociale post-Covid. Un allarme sul quale ci sarebbe bisogno di riflessioni illuminate, di interventi mirati, di politica e istituzioni che sappiano fare ciascuno la propria parte, di responsabilità da assumere più che da rimpallare, e di una giustizia efficace e tempestiva più che pronta alle manette facili.