Il Covid prima, con il lockdown, il distanziamento e l’isolamento che ha determinato. E l’estate poi, con il personale in ferie, lo stop delle attività trattamentali, il caldo e il sovraffollamento nelle celle. Di mezzo la solitudine e la disperazione dei detenuti e un nuovo fenomeno: l’abuso di psicofarmaci. Lancia l’allarme Luigi Romano, presidente di Antigone Campania. «Dal lockdown in poi c’è stata una sospensione di tutto quello che riguarda il reinserimento e la componente rieducativa delle strutture penitenziarie, come se il carcere avesse subìto, con il lockdown e le strette securitarie che ci sono state all’interno anche di una rigenerazione del Dap, una militarizzazione».

Nelle più recenti circolari emanate dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria viene riscontrata una particolare attenzione ai temi e ai problemi della polizia penitenziaria. «Anche se carente, il personale della polizia penitenziaria è in sostanza l’unica forza realmente presente all’interno delle strutture detentive». È come se ci fosse uno sbilanciamento, eppure bisognerebbe puntare su rieducazione e reinserimento dei detenuti almeno quanto su sicurezza e repressione. Invece appare una contraddizione di fondo.

«E il Covid ha messo a fuoco questa contraddizione – osserva Luigi Romano – Il problema è che non esiste una programmazione, non c’è un’organizzazione di attività secondo quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione». Antigone è un’associazione da sempre attenta alle tematiche che riguardano la sfera del carcere e dei diritti dei detenuti. Dopo quello delle violenze in carcere e dei pestaggi che sarebbero avvenuti dopo le proteste durante la fase più acuta dell’emergenza Covid, l’associazione ora si sta occupando di una nuova emergenza: l’abuso di psicofarmaci. Il fenomeno si è aggravato durante il lockdown e il trend continua a essere in preoccupante crescita. Antidepressivi, ansiolitici, antipertensivi sono tra i farmaci sempre più diffusi tra i detenuti e anche quando si tratta di terapie blande sono casi che destano allarme e aprono a una serie di riflessioni. «C’è un abuso allarmante di psicofarmaci, sono l’ozio forzato in cui i detenuti versano, soprattutto da quando sono stati sospesi gli ingressi dei volontari e le attività trattamentali – spiega il presidente di Antigone Campania – Abbiamo riscontrato una crescita nei consumi di psicofarmaci e ansiolitici in carcere e monitoriamo questa situazione. Molto incide anche l’ansia sociale legata alla imprevedibilità della pandemia, al timore di una nuova ondata. Sentimenti che in carcere sono amplificati». E poi ci sono le misure di distanziamento, i colloqui con i familiari per mesi sospesi e ora in lentissima ripresa. Insomma, lì, nel mondo di chi sta dentro, le sfere emotive hanno consistenze e dimensioni diverse.

«La condizione di sospensione e di separazione dal mondo di fuori impedisce di gestire il proprio tempo e di capire come direzionare le proprie forze, e acuisce la tensione soprattutto tra un particolare tipo di detenuti, cioè i detenuti comuni, che sono la maggior parte della popolazione carceraria – aggiunge -. I detenuti che hanno già una condanna a un percorso detentivo più sostanzioso hanno una maggiore idea del proprio percorso ma rappresentano una minoranza rispetto ai detenuti comuni che provengono dalle marginalità delle nostre metropoli». Quali proposte sono possibili? «Servono educatori – dice Romano – e serve un’idea di carcere diversa. Il carcere inteso come massima sicurezza, come reclusione e separazione non funziona più. Bisogna cominciare a pensare a un carcere inclusivo, che abbia la capacità di parlare con i tessuti sociali, di organizzare le proprie forze, anche economiche, e investire sui profili trattamentali. Dobbiamo immaginare un carcere che non sia solo un serbatoio dove recludiamo, separiamo e teniamo lontani, ma come un elemento di trasformazione. Quanto possiamo contenere con i dati sulla criminalità, con l’ipertrofia della sfera penale dove ci sono sempre più illeciti e sempre più reati? Il carcere come contenitore è destinato a scoppiare».