Quello che si apre sarà l’anno accademico dei primi laureati detenuti in Campania e delle iscrizioni cresciute, in tre anni, da 77 a 106. Un risultato che premia l’impegno della Federico II, dell’amministrazione penitenziaria regionale e del garante campano dei detenuti. Un risultato che è il frutto di un progetto avviato dal ministro dell’Università Gaetano Manfredi quando era rettore dell’università federiciana e che sarà sostenuto per il futuro. Il ministro Manfredi lo assicura durante il suo intervento, ieri pomeriggio, nel carcere di Secondigliano dove ha sede il polo universitario penitenziario e dove il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha organizzato un incontro sul ruolo dell’istruzione per una società inclusiva e consapevole e come strumento di riabilitazione e riscatto culturale nelle carceri. Il ministro sottolinea l’importanza di una «università di strada», «un’università pronta ad andare incontro ai reali bisogni della società».

Come? «Uscendo dalle sue mura e da una dimensione autoreferenziale senza però perdere il suo valore di luogo del sapere». È una visione moderna, quella del ministro che già durante il rettorato alla Federico II ha dimostrato di avere idee illuminate. «L’università – aggiunge – è un agente di trasformazione della società». E in questa ottica la sua missione primaria, che è quella didattica, è realizzata anche attraverso il polo universitario penitenziario. L’esperienza del polo avviata tre anni fa nel carcere di Secondigliano, guidato dalla direttrice Giulia Russo, si è dimostrata positiva. «Ora ci avviamo verso una stagione complessa, di rinascita dopo la fase critica causata dalla pandemia che ha messo in discussione i modelli di sviluppo e ha fatto pagare a tutti un prezzo. Ci attende – dice il ministro – una sfida straordinaria».

E una sfida sarà anche quella di sostenere il diritto allo studio in carcere con interventi che rendano il progetto «sistemico» e supportato da mirati investimenti. Il ministro mostra così di voler raccogliere l’invito di alcuni detenuti del carcere di Secondigliano i quali, raccontando la propria esperienza di studenti detenuti, chiedono di avere a disposizione più strumenti per la didattica a distanza e più attrezzature a disposizione. Il ministro assicura che valuterà, inoltre, anche le richieste e le esigenze avanzate dalla polizia penitenziaria nell’ambito di questi progetti. I numeri, dicevamo, premiano la scelta di creare un polo universitario penitenziario campano sostenuta dal provveditore regionale Antonio Fullone che ha seguito il progetto sin dalla nascita quando era direttore del carcere di Poggioreale. «È importante valorizzare il carcere come luogo di studio e non solo di detenzione» spiega, sottolineando lo sforzo dell’amministrazione per aumentare le sedi penitenziarie universitarie e includere sempre più detenuti nei percorsi di studio. Attualmente si contano 54 istanze di immatricolazione (di cui 9 sospese perché provengono da detenuti non trasferibili), 24 istanze di iscrizione al secondo anno e 28 al terzo.

Questi numeri mettono la Federico II al secondo posto per detenuti iscritti dopo Bologna. I detenuti universitari provengono da reparti di Alta Sicurezza del carcere di Secondigliano (e sono quelli con i voti più alti) e dalle carceri di Benevento, Poggioreale, e Pozzuoli. «La pena è chiudere in uno spazio ma questo spazio va impostato correttamente e va qualificato» aggiunge la professoressa Marella Santangelo, delegata della Federico II del polo universitario penitenziario, nel suo intervento all’incontro in cui la centralità dello studio in carcere è ribadita anche dalla presidente del Tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia, dal magistrato Margherita Di Giglio, dal presidente della Conferenza dei poli universitari Franco Prina.

A Napoli il polo universitario ha comportato in questi anni non solo la trasformazione di alcuni spazi detentivi ma anche della docenza che dal volontariato è passata a far parte del normale monte ore. Per il futuro ci si augura un ulteriore cambio di passo, questa volta sul piano culturale e da parte di tutta la società civile. «Garantire lo studio in carcere vuol dire dare senso al tempo e consentire ai detenuti di rappresentarsi come persone altre rispetto a come la maggioranza le considera – afferma il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis – L’opinione pubblica deve capire che un carcere che rieduca non è, per i cittadini, un investimento a perdere, ma aumenta la sicurezza di tutti».