«L’inefficacia delle misure adottate è tanto più grave se si considerano gli straordinari provvedimenti a tutela della salute pubblica adottati dal Governo, salute rispetto alla quale le persone detenute risultano evidentemente figlie, sacrificabili, di un dio minore». I presidenti della Camera penale di Napoli e del Carcere Possibile scrivono al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Denunciano i rischi della pandemia all’interno delle carceri campane e propongono quattro modifiche al testo del decreto Ristori. Partendo da una premessa: le misure contenute nel pacchetto giustizia varato dall’Esecutivo non bastano.

Il limite di pena assai contenuto e le numerose ipotesi ostative alla concessione della detenzione domiciliare, previsti attualmente, impediscono di raggiungere la sensibile e celere diminuzione delle presenze nelle carceri campane che servirebbe invece per disporre di quegli spazi (oggi assenti) da destinare all’isolamento sanitario dei casi sospetti e dei detenuti positivi al virus. Sulla carta, in Campania, bisognerebbe far uscire dalle celle circa 800 detenuti, ma con le attuali misure previste dal decreto non si arriverà a 200.

«Senza contare – scrivono gli avvocati Ermanno Carnevale e Anna Maria Ziccardi, rispettivamente presidenti di Camera penale e della onlus Carcere Possibile – che la cronica indisponibilità dei braccialetti elettronici rallenterà notevolmente l’efficacia del provvedimento anche per quei pochi che potranno usufruirne». «Il drammatico pericolo di un’ulteriore diffusione del contagio – sottolineano – desta elevatissima preoccupazione nella stessa amministrazione penitenziaria, e ciò non solo per le evidenti condizioni di promiscuità in cui vivono i reclusi, ma anche a causa delle particolari condizioni di sovraffollamento che caratterizzano nuovamente gli istituti di detenzione, che, con riferimento a quelli della città di Napoli, vedono ristrette complessivamente più di 3.500 persone a fronte di una capienza di soli 2.700 posti. Tale condizione, peraltro aggravata da una temporanea ma significativa riduzione del personale di polizia penitenziaria dovuta proprio all’emergenza sanitaria, richiede l’immediata adozione di misure normative».

Perciò i penalisti al ministro chiedono di attuare, in sede di conversione del decreto, quattro modifiche. Quali? Estendere l’applicazione della detenzione domiciliare ai detenuti con un residuo di pena fino a 2 anni (e non ai 18 mesi previsti); evitare che l’ostatività riguardi anche reati già espiati in caso di cumulo di condanne, eliminando la previsione che impone l’obbligo del braccialetto elettronico; riconoscere la possibilità di concedere i permessi anche in deroga ai limiti temporali previsti dalla normativa, per i condannati ai quali siano stati già concessi i permessi o (quindi, in alternativa e non più in aggiunta come previsto inizialmente nel decreto) che siano stati già assegnati al lavoro all’esterno.

Inoltre, reintrodurre l’istituto della liberazione anticipata speciale, misura emergenziale che nel 2014 fu adottata per svuotare le carceri e che prevede una detrazione di pena maggiore rispetto a quella prevista dalla liberazione anticipata ordinaria. «Confidiamo – concludono i penalisti – che tali ragionevoli proposte, proprio perché formulate in ossequio ai principi costituzionali posti a tutela anche della salute di coloro che sono affidati alla custodia e responsabilità dello Stato, trovino il giusto accoglimento». Cosa risponderà il ministro?