Esteri
Quando la rivoluzione disturba se combatte i regimi “amici”
C’è una contraddizione che attraversa alcune frange dell’estrema sinistra politica come una crepa mai sanata: l’esaltazione retorica della rivoluzione popolare convive con il rifiuto concreto di quelle stesse rivoluzioni, quando esse si rivolgono contro regimi considerati “amici”. Il popolo, in questi casi, smette improvvisamente di essere soggetto storico e diventa massa eterodiretta, manipolata, inconsapevole. La rivoluzione, da atto di liberazione, si trasforma in “golpe”, in “interferenza esterna”, in “strategia imperialista”.
È un rovesciamento che non nasce da un’analisi dei fatti, ma da una fedeltà ideologica. Il criterio non è più la volontà popolare, bensì l’allineamento geopolitico del potere contestato. Se il regime è ostile all’Occidente, ogni sua opposizione viene guardata con sospetto; se si richiama, anche solo nominalmente, a un lessico socialista o anti-capitalista, allora merita una sorta di indulgenza preventiva. È un meccanismo ormai collaudato. Le piazze piene non sono più prova di un disagio reale, ma segno di manipolazione. La repressione non è più violenza del potere, bensì “difesa della stabilità”. Le richieste di libertà, di diritti, di pane e di dignità vengono ridotte a slogan importati, incompatibili con il contesto, se non addirittura funzionali a strategie altrui. Il linguaggio della critica sociale lascia spazio a quello della giustificazione, quando non dell’assoluzione.
Questa postura rivela un’idea profondamente paternalistica del popolo. Si celebra “il popolo” solo quando conferma le proprie tesi e lo si disprezza quando sceglie strade impreviste. È un mondo che parla in nome degli oppressi, ma fatica ad ascoltarli davvero. Che invoca l’autodeterminazione, salvo poi negarla quando produce esiti scomodi. Che sogna la rivoluzione come mito astratto, ma teme la sua imprevedibilità nella realtà.
Così la rivoluzione diventa un oggetto estetico, un simbolo da sventolare nei cortei, non un processo vivo e, spesso, caotico. E il rischio, alla fine, è quello di somigliare più ai regimi che si pretende di criticare che ai popoli che si dice di voler liberare. Eppure, la storia insegna che le rivoluzioni non chiedono permesso e non rispettano le fedeltà ideologiche altrui. Nascono da contraddizioni interne, da bisogni materiali, da fratture profonde tra potere e società. Negarle solo perché mettono in discussione regimi “amici” non è segno di radicalità, ma di conservazione. Perché non c’è nulla di rivoluzionario nel difendere un potere contro il suo popolo, e non c’è nulla di progressista nel decidere, dall’esterno, quali rivolte meritino di esistere e quali no.
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