Le grandi vittorie possono essere sirene traditrici. “Trionfo e Rovina, quei due impostori” scriveva Kipling. Il giorno dopo è quello dell’enfasi, della retorica della “vittoria”, della “giornata storica”, del “qui si fa la storia” e via di questo passo. È quello che blinda il governo Conte sino a fine legislatura. «Il mio governo esce da questa prova più forte che mai» ha precisato il premier all’alba. Ecco, primo punto: se la narrazione popolare issa Conte sul podio del vincitore, si deve sapere che il Professore avrebbe potuto poco senza il lavoro costante, quotidiano, certosino, esperto condotto a Bruxelles e presso la varie cancellerie da una squadra di cui fanno parte i ministri Gualtieri e Amendola, il commissario Gentiloni, il presidente Sassoli.

La verità è che adesso comincia la vera sfida: dimostrare di essere all’altezza della posta in palio. Sarebbe devastante, e stavolta in modo definitivo, sprecare l’occasione che la crisi ci sta servendo sul piatto. Scenario funesto, quest’ultimo, ma possibile per due motivi. Il primo: incapacità di spesa del governo secondo i criteri previsti dall’accordo (Calenda è molto scettico sul punto). Il secondo: la debolezza della maggioranza che può essere cavalcata dalle opposizioni soprattutto in previsione dell’autunno, il momento della verità tra disoccupazione e licenziamenti, rischio di un nuovo lockdown e risultato schiacciante a favore delle destre alle regionali. La sfida è tutta in chiaro. Entro il 15 ottobre l’Italia dovrà presentare, come gli altri 26, i progetti che dovranno giustificare i 209 miliardi tra prestiti (127) e sussidi (87) messi a disposizione dal Recovery fund. Dovranno essere, progetti seri, efficaci, definiti negli obiettivi, con un cronoprogramma rigoroso. Altrimenti scatta il super freno di emergenza, il potere di sindacato della Commissione. Che non è il potere di veto individuale preteso dall’olandese Rutte ma resta comunque una verifica dall’alto. Conte pensa ad una speciale taskforce per seguire i progetti. Un’altra? E i ministeri?

In questo scenario le opposizioni, ieri un po’ spiazzate, si dividono in tre. Salvini è convinto che il Fondo sia «una super fregatura» per i tempi (da marzo 2021) e le condizionalità. I fedelissimi no euro, da Borghi a Bagnai passando per Rinaldi sono sicuri di trovare la pistola fumante della “superfregatura”. Qua e là, nella Lega, affiora qualche dubbio sulla bontà di questa linea. Che al momento spacca il blocco del centrodestra in tre. Giorgia Meloni ha messo Fratelli d’Italia in stand by: «Bravo Conte contro i nordici – ha detto la leader – ma poteva fare meglio». Forza Italia, nel solco europeista della grande famiglia del Ppe protagonista in ogni senso del summit, è soddisfatta ed è chiaro che si prepara a cogestire i 209 miliardi destinati all’Italia. Un piatto che fa gola a molti. A tutti, anzi.  Unite o divise, le opposizioni non possono fare nulla se la maggioranza resta compatta. Che è l’altra sfida delle prossime settimane. Bisogna vedere se Conte, forte del risultato europeo, saprà finalmente guidare il governo fuori dalla palude dei No e dei veti incrociati.

Cosa succederà sul Mes? Il Pd lo vuole, i 5 Stelle no, il premier doveva aspettare «tutte le carte sul tavolo per poter decidere». E le carte spingono verso il Mes, cioè soldi per la sanità subito. Nell’immediato ci sono la legge contro l’omofobia, in aula il 30 luglio dopo 25 anni di tentativi, e il nuovo, il terzo, sforamento di bilancio. Due passaggi non a rischio ma sotto ricatto delle presidenze delle Commissioni parlamentari. Quante al Pd? Quante ai 5s? E quante a Italia viva? Poi ci sono i “congressi” dei due partiti, il Pd dove ci sarebbe voglia di un segretario meno succube dell’esperimento con i 5 Stelle e nei 5 Stelle dove Di Maio sta conducendo le truppe su posizioni molto governative ma per tornare a palazzo Chigi da dove Conte la ha estromesso. I risultati delle regionali faranno chiarezza delle contese interne ai partiti. Più di tutto peseranno l’economia reale e l’umore delle persone, la vita vera e non le tattiche interne. Ecco perché è troppo presto per gridare vittoria.