Non appena il referendum stabilisce il suo iter di propaganda, il primo Comitato nazionale per il Sì viene formato per iniziativa della Fondazione Luigi Einaudi. Il cui presidente, Giuseppe Benedetto, conferisce a Gian Domenico Caiazza l’incarico di coordinatore. Tra i primi aderenti, Claudio Velardi e decine di autorevoli giuristi, giornalisti e attivisti per i diritti. A sorpresa, arriva l’adesione dell’ex Pm di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Di converso, il No per stabilire la sua prima sede, voluta da Anm, “occupa” la Corte Suprema di Cassazione a Roma, dove mette le tende.

L’Anm, una associazione di diritto privato che si sovrappone in modo spesso confondibile alle istituzioni della giurisdizione, apre un conto corrente sul quale inizia a ricevere donazioni anonime da soggetti rimasti misteriosi: non ha mai accettato di rivelarne l’identità, né le quote versate. È la prima settimana di febbraio quando inonda le grandi stazioni ferroviarie con cartelli pubblicitari che gridano al tentativo di controllo politico della magistratura, un’iperbole non presente nei testi posti a quesito e che provoca l’indignazione del Comitato del Sì. Nascono i Comitati per la Riforma dell’Avvocatura, quello laico-socialista “Giuliano Vassalli”, guidato da Alfredo Venturini, quello di Fratelli d’Italia, di Forza Italia, del Partito Liberaldemocratico. Nella prima settimana, a inizio febbraio, i sondaggi sono tutti decisamente favorevoli al Sì. Di conseguenza, il No capisce che deve affilare le armi. E manda in televisione Nicola Gratteri, che del referendum diventa il testimonial eccellente. Il 12 febbraio rilascia una intervista a una giornalista calabrese nella quale si lascia andare: «Mafiosi e massoni voteranno Sì».

La tensione sale alle stelle. Matteo Salvini, che sostiene il Sì, preannuncia di volerlo querelare. Corrado Formigli offre la sua trasmissione militante – sanzionata, con La7, da AgCom per non aver voluto dare spazio adeguato al Sì – perché il Procuratore di Napoli possa chiarire. La toppa è però peggio del buco, e Gratteri ribadisce e rafforza il suo pensiero. Nascono gli appelli di massa: duecento giuristi italiani, capitanati da Sabino Cassese, firmano per il Sì. Il No risponde con un appello di attori e cantanti. Alessandro Gassman se ne fa portavoce: «Per tanti anni la Costituzione ci ha difesi, ora tocca a noi difenderla», dice. Senza probabilmente sapere che il Pd è stato il partito che l’ha cambiata più di tutti gli altri messi insieme. Però i sondaggi si riequilibrano. Ipsos rivela, a metà febbraio, che Sì e No si equivarrebbero. Ma indica qualche dato significativo: se quasi il 100% degli elettori del centrodestra voteranno Sì, a preferirlo saranno anche tra il 7% e il 9% degli elettori Pd mentre quelli dei Cinque Stelle a favore della riforma sono tra il 22 e il 25%.

Dal 24 al 28 febbraio, non si parla che di Sanremo. Dove vince una canzone, votata a grande maggioranza dal pubblico a casa, che si intitola “Sarà per sempre Sì”. Spopola subito, in rete, il video realizzato dall’Ai che vede perfino Gratteri ballare sulle sue note. Sarà subito dopo Di Matteo a rinfocolare le polemiche: «Sto con Gratteri, ha ragione, tra chi vota Sì c’è chi vuole demolire la magistratura». Non tutte le toghe però stanno con il No. Né stanno tutte con l’Anm, che molti colleghi accusano di essersi trasformata in partito vero e proprio.
L’assemblea “50 magistrati per il Sì” si tiene a Roma il 28 febbraio, organizzata dal Comitato Nazionale Sì Riforma presso Palazzo Wedekind, ed è uno straordinario successo. PiazzaPulita, ancora Formigli, il 5 marzo invita Henry Woodcock a duellare con Giorgio Mulé. Mal gliene incolse. Il Pm balbetta, incerto. È un autogol che capovolge i pronostici e assegna al Sì il primo posto.

Alla televisione si affiancano le librerie. Escono quasi simultaneamente, a inizio marzo, sette istant-book dedicati al referendum.
Il fronte del Sì offre le pagine innanzitutto del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, padre della riforma, ma anche quelle a cura degli avvocati Gian Domenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle Camere Penali, e Lorenzo Zilletti; l’analisi di Antonio Di Pietro, ex pm di Mani Pulite; l’excursus sulle fake news dell’avvocatessa Emilia Rossi, e ancora pagine a cura di Ermes Antonucci, firma de Il Foglio. Dichiaratamente per il No è il libro di due toghe dalla lunga esperienza, Armando Spataro e Nello Rossi, come il pamphlet di altri due magistrati, Cesare Parodi, attuale presidente dell’Anm, e Carlo Maria Pellicano. Per il Sì, Il Riformista pubblica un agile libro-intervista a Stefano Giordano: «Il Giudice Giusto», presentato in Senato con una appassionata testimonianza di Claudio Martelli.

È il 12 marzo quando a Milano gli stati generali del Sì vedono tre palchi simultanei, con decine di personalità, convergere su quello finale di Giorgia Meloni. La premier ha concentrato i suoi sforzi per l’ultima settimana di campagna: ospite di Rtl, poi di Nicola Porro, poi di Fedez nel Pulp Podcast. Dopo quel 12 marzo, l’ultima settimana ha visto risalire il Sì anche dal punto di vista della rete (a sondaggi ormai vietati). La novità, il 13 marzo, è stata la dichiarazione di voto di Giuliano Pisapia, avvocato milanese e già sindaco di Milano. L’esponente storico della sinistra lombarda è per il Sì. Ed è seguito a breve distanza da Arturo Parisi, cofondatore de L’Ulivo con Prodi, che formalizza il suo Sì.

Il Riformista apre le sue pagine agli esponenti del centrosinistra che voteranno la riforma Nordio: è un profluvio. Si attendevano venti adesioni, ne arrivano duecento. Cento personalità della sinistra ci mettono la faccia e finiscono in prima pagina. Il fronte del No accusa il colpo e gli episodi di stizza si moltiplicano. Gli animi si scaldano. Giusi Bartolozzi, capo gabinetto del Guardasigilli si sfoga, parlando di «Plotoni di esecuzione». Gratteri dirà a una giornalista del Foglio: «Con voi faremo i conti dopo il voto».

All’inaugurazione dell’anno giudiziario del CNF, il 13 marzo, oltre duemila avvocati applaudono il ministro Nordio e fischiano gli esponenti in toga. Il 18, piazza del Popolo semideserta per il No con Elly Schlein, Giuseppe Conte e Maurizio Landindi che gridano scompostamente al tentato golpe, al fascismo che torna, ai fantasmi della dittatura. Sulle pagine del Corriere, Augusto Barbera e Sabino Cassese li pregano di essere seri. Invano. Marco Minniti, ex ministro dell’interno, affida al Riformista una intervista-manifesto sul futuro della democrazia decidente (19 marzo). Quando scatta il silenzio elettorale, nella periferia di Roma esplode un fabbricato: due attentatori muoiono, secondo le prime ricostruzioni, intorno all’ordigno che stavano fabbricando. Sarebbe potuto esplodere, a quanto si apprende, durante il voto. Come se qualcuno avesse voluto incendiare fino all’ultimo le operazioni di voto.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.