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Referendum magistratura, se vince il Sì non finisce lo Stato di diritto
Quando si chiede ai cittadini di pronunciarsi la democrazia si realizza nella sua pienezza. L’obiezione è ben nota: se i quesiti richiedono competenze tecniche, le persone “normali” non capiscono e, quindi, il voto sarà dato con una non sufficiente consapevolezza. Nel caso del referendum confermativo, tuttavia, questo argomento, elitario e, quindi, discutibile, è ancor più agevolmente confutabile perché il ricorso alle urne, conseguenza del mancato raggiungimento della maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera (art. 138 Cost.), ha lo scopo di evitare che la Carta fondamentale possa essere modificata a colpi di maggioranza.
Il referendum, quindi, è una festa della democrazia, che, questa volta, è stata guastata dalla campagna elettorale. Se vincerà il sì, si è sostenuto, verrà meno l’indipendenza e l’autonomia della magistratura (che invece è confermata nell’art. 104 Cost.), sarà la fine dello stato di diritto, si farà un favore alle mafie, i potenti se la caveranno sempre e così via. Gli elettori, ne sono convinto, non si faranno prendere in giro dalla demagogica evocazione dell’apocalisse se prenderanno atto che la riforma migliora l’organizzazione della magistratura sotto tre evidenti aspetti.
Il primo riguarda i rapporti tra giudici e magistrati dell’accusa. Il processo è giusto se “si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale” (art. 111 Cost.): difficile dubitare che la terzietà del giudice sia maggiormente garantita nell’attuale contesto, in cui chi giudica condivide percorsi di carriera, momenti formativi e associativi con chi accusa. Peraltro, l’unicità del CSM, destinata a essere superata in ragione dello sdoppiamento del Consiglio, fa dipendere le carriere dei giudici anche dai pubblici ministeri (e viceversa).
Il secondo è conseguenza dell’attuale funzionamento del CSM, dipendendo carriere e valutazioni disciplinari da criteri niente affatto trasparenti in quanto influenzati da logiche di appartenenza a questa o a quella corrente. È chiaro, il sorteggio è rimedio drastico che, però, come ricorda Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare Pd, è la conseguenza dell’affossamento, da parte della magistratura organizzata, del tentativo di modificare le regole elettorali per attenuare il peso del potere correntizio. Il sorteggio tra magistrati selezionati per concorso, che, non potrà che essere così, saranno quelli di maggiore esperienza, migliora, per ciò solo, la situazione attuale. Risibili le due principali critiche dei sostenitori del no: quella secondo cui i consiglieri non potrebbero che essere eletti è infondata perché mossa nell’erroneo presupposto, smentito dalla Corte costituzionale, secondo il quale il CSM avrebbe compiti rappresentativi della magistratura; quella che si concentra sulla presunta maggiore compattezza, rispetto a quella magistratuale, della componente laica in quanto sorteggiata in una lista di professori e avvocati scelta dal Parlamento è infondata perché non tiene conto del fatto che i magistrati siedono in netta maggioranza nei due CSM (due terzi contro un terzo).
Il terzo riguarda l’Alta Corte disciplinare. Risponde a logica e coerenza che la funzione giurisdizionale connessa alla valutazione disciplinare dei magistrati sia separata dalla funzione amministrativa concernente i trasferimenti e gli avanzamenti di carriera.
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