A pochi giorni dal voto sul referendum sulla giustizia, Sabino Cassese – giurista, professore, editorialista, già capo legislativo dell’Eni a guida Enrico Mattei, ministro per la funzione pubblica sotto il governo Ciampi e giudice della Corte costituzionale – qualora vi fosse qualcuno ancora incerto sul sì alla riforma, con le sue puntuali e autorevoli considerazioni schiarisce qualsiasi dubbio.

Lei spesso ha parlato del voto favorevole alla riforma come un “atto dovuto”, perché?
«La riforma che siamo chiamati ad approvare con il referendum è la conclusione di un percorso, maturato a lungo nella cultura giuridica italiana, avviato nel 1988, proseguito nel 1999 e nel 2020. È l’ultimo gradino per assicurare ai cittadini la massima garanzia di imparzialità del giudice e per ridare all’ordine giudiziario efficienza, ruolo e prestigio. In Italia, solo un terzo dei cittadini è soddisfatto del sistema, siamo ben sotto la media dei Paesi Ocse del 56%. Occorre cambiare».

Entriamo nel vivo dei contenuti della riforma: la separazione delle carriere tra magistrati e Pm.
«Ancor prima di disegnare strutture e procedure di un sistema, occorre partire dai compiti. Uno dei più grandi maestri europei di diritto del secolo scorso, Massimo Severo Giannini, scrisse, ispirato dal Vangelo di Giovanni, “in principio sono le funzioni”. In quell’articolo, spiegava che ogni aspetto della struttura dello Stato dipende dalle funzioni, è funzione delle funzioni. Il processo è tripolare: accusa, difesa, giudizio. Sono tre elementi distinti e separati. Se non è così, il giudice non è pienamente terzo. Oggi, i giudici sono reclutati insieme ai Pm, hanno carriere unificate. Il risultato è che, oltre a condizionarsi a vicenda, la loro attività è disfunzionale».

Sul palco di Atreju ha usato una immagine efficace: il chirurgo e l’anestesista sono entrambi laureati in medicina, ma se bisogna operarsi si chiama il chirurgo e non l’altro…
«Nessuna organizzazione statale può funzionare se gli addetti ad un compito ne svolgono un altro. È una questione di specializzazione. Il magistrato-pubblico ministero ha una funzione investigativa; il magistrato-giudice ha una funzione giudicante. La riforma separa le carriere e riconosce la diversità delle due funzioni, assicurando una maggior efficienza del sistema. Così Pm e giudici eserciteranno con maggiore professionalità il proprio compito, perché scelti per quello specifico scopo. Di più, la riforma non lo ipotizza espressamente, ma sarà necessario prevedere anche concorsi separati, idonei ad accertare le diverse attitudini».

Lo stesso fronte del No rivendica il numero minimo attuale di passaggi tra una carriera e l’altra, a dimostrazione che si tratta di ruoli non interscambiabili. Allora se la separazione è già nei fatti, e accettata, perché è un problema disciplinarla?
«Metter nero su bianco la separazione delle carriere significa garantire ancor di più, e non di meno, l’autonomia di tutta la magistratura. È il punto di partenza per smantellare qualsiasi logica di dipendenza tra giudici e Pm. Spezza il circolo vizioso, rafforza la terzietà».

Giungiamo al nodo critico: il peso delle correnti interne alla magistratura e la pesante commistione tra giudice e Pm, il tutto a scapito della credibilità delle istituzioni…
«Come spiegò bene il giudice della Corte suprema americana Stephen Breyer, in una Scalia Lecture dell’Università di Harvard qualche anno fa, “se il pubblico vede i giudici come politici con la toga, la sua fiducia nelle corti e nella legalità può solo diminuire, riducendo il potere delle corti, incluso quello di agire come controllori degli altri poteri”. Oggi l’autonomia e indipendenza disposti dalla Costituzione si sono trasformati in un governo di correnti di magistrati».

Il tutto con un Consiglio superiore della magistratura che per anni le ha perpetuate anziché abbatterle…
«L’art. 105 della Costituzione assegna al Csm la gestione del personale della magistratura: assunzioni, trasferimenti, promozioni e via dicendo. Il suo compito è quello di operare come uno scudo, proprio per impedire che altri poteri possano influenzare indirettamente la funzione giudiziaria. A poco a poco, nel tempo, invece è diventato un organismo rappresentativo. Ciò non ha ragion d’essere».

Con il Sì al referendum, si prevede la costituzione di due differenti Csm, uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente, con l’estrazione a sorte dei componenti.
«La riforma mira a liberare tale organismo dalle correnti e dalla irregolare funzione rappresentativa di interessi e di clientele corporative. Finalmente, così, i rispettivi Csm si preoccuperanno di assumere, assegnare il personale e promuoverlo sulla base del criterio del merito e non per appoggiare questo o quell’altro appartenente alla corrente».

La sua è la miglior risposta al cavallo di battaglia del No: “La politica vuole controllare la magistratura”. Perché il sorteggio è l’unica soluzione per aver due Csm equilibrati?
«Il sorteggio è la via migliore per assicurare il più imparziale ed efficiente svolgimento della funzione sulla base del merito. Sorteggiare i membri dei due Csm evita che “rappresentanti” eletti dai magistrati siano portavoce degli interessi di propri colleghi: i sorteggiati non dipendono dal voto e da coloro che li votano».

C’è chi sostiene che con il sorteggio si rischia di estrarre qualcuno che non è all’altezza di quel ruolo. Come risponde?
«Non può dirsi che un magistrato in carica, chiamato a giudicare terzi, per esempio stabilendo sanzioni pecuniarie oppure la privazione della libertà, fino all’ergastolo, non sia al tempo stesso in grado di svolgere una funzione più modesta, come quella di assegnare le sedi o di promuovere propri colleghi».

Ultimo tassello della riforma è l’istituzione di un’Alta Corte, separata dai due Csm, a cui è attribuita la giurisdizione disciplinare. La creazione di tale organo era necessaria?
«L’adozione di provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati è una decisione di irrogare una sanzione, una funzione quindi sostanzialmente giustiziale. Torniamo al punto di prima: il Csm è un organo amministrativo; gestisce il personale di magistratura, non lo giudica. Di qui l’esigenza dell’Alta Corte, perché alle corti sono attribuite normalmente – per il principio della separazione dei poteri – le funzioni di giustizia».

Oggi il 99,5% delle richieste avanzate dai Pm viene accolto, a dimostrazione che i giudici sono nei fatti assoggettati ai magistrati. È possibile che la riforma, separando le carriere e indebolendo il sistema correntizio, favorisca analisi più attente dei fascicoli, di conseguenza vi siano meno autorizzazioni, e quindi anche tempistiche abbreviate?
«Per abbreviare i tempi della giustizia occorrono interventi organizzativi e procedurali più complessi, ma la proposta potrebbe contribuire a ridurre l’enorme arretrato della magistratura – 4 milioni di cause – e quindi a impedire la fuga dalla giustizia causata dai ritardi attuali».

Cosa risponde a chi invita a votare No per colpire il governo Meloni?
«Chi andrà a votare non deve giudicare il proponente, deve giudicare la proposta: questa è la democrazia diretta. La democrazia rappresentativa, il giudicare chi ha formulato la legge, è altra cosa. Ora è tempo di giudicare la riforma, non il governo».

Avatar photo

Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.