Politica
Referendum, la sconfitta del Sì è sintomo di una distanza crescente tra governo e Paese reale
Ha vinto il No, ha perso il Sì. Una pagina nera per la maggioranza di governo. Non tanto perché il referendum sulla riforma della magistratura sia andato incontro a un flop, quanto perché la mancata vittoria assume una valenza politica a tutto tondo. Gli italiani, nel voto referendario, hanno attribuito alla consultazione un significato che andava ben oltre il merito della riforma. Il giudizio si è trasformato in un voto politico sul governo e, di riflesso, sulla presidente Meloni. Il divario tra No e Sì è netto e non può essere liquidato con leggerezza. Va letto attraverso più chiavi interpretative.
In primo luogo, la crisi economica: l’impennata del costo della vita, dal carrello della spesa alle bollette di luce e gas, unita a una politica fiscale percepita come rigorosa “fino all’osso”, incarnata dall’azione dell’Agenzia delle Entrate. La tanto annunciata riforma fiscale non si è vista; al contrario, molti cittadini hanno avvertito un approccio più repressivo che riformatore. In secondo luogo, pesa un evidente deficit di cultura di governo nella classe dirigente del centrodestra, che si è tradotto in una gestione incerta e talvolta contraddittoria.
In terzo luogo, il tema della sicurezza, sempre più avvertito nelle grandi città ma non solo, è rimasto senza risposte convincenti. A ciò si aggiunge una politica estera oscillante, talvolta percepita come “badogliana”, incapace di offrire una linea chiara in un contesto internazionale sempre più instabile. Non si può ignorare, inoltre, l’impatto del fattore esterno rappresentato da Donald Trump: i dazi, le tensioni internazionali, l’uso della forza nelle politiche migratorie hanno contribuito a creare un clima di incertezza che ha inevitabilmente inciso anche sull’elettorato italiano. In questo quadro, la strategia del governo ha cercato di sostenere l’Ucraina senza entrare direttamente nel conflitto e senza provocare tensioni interne. Ma proprio questa ambiguità ha finito per indebolire la percezione complessiva dell’azione di governo.
Rilevante il dato sull’affluenza: il 58%. Un risultato inatteso, che ha smentito i sondaggisti, i quali prevedevano una partecipazione ben più bassa, in linea con le consultazioni precedenti. La partecipazione, tuttavia, non è stata omogenea: più debole nel Mezzogiorno rispetto al Nord. Un dato che riflette le profonde fratture economiche del Paese. La deindustrializzazione di ampie aree del Sud continua a pesare: la crisi dell’ex Ilva di Taranto resta irrisolta dopo anni, mentre quella della chimica a Brindisi è scivolata nel silenzio generale.
Più che il merito della riforma della magistratura, è stato dunque il contesto a determinare l’esito del voto. Un contesto segnato da una crisi economica e geopolitica tra le più complesse dalla fine della Seconda guerra mondiale. La sconfitta del Sì non è soltanto il rigetto di una riforma, ma il sintomo di una distanza crescente tra governo e Paese reale. Finché questa frattura non verrà colmata, ogni tentativo di riforma rischierà di infrangersi contro il muro della sfiducia.
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