Il 4 marzo 2021 scompariva da Trento Sara Pedri, ginecologa 31enne originaria di Forlì. Sua sorella Emanuela non ha mai smesso di cercare il suo corpo ma anche la verità. È ormai convinta che Sara sia crollata e che abbia optato per il gesto estremo: gettarsi dal ponte nel lago di Santa Giustina, vicino al luogo dove è stata trovata la sua auto con i suoi effetti personali. Un crollo psicologico ed emotivo che per la famiglia Pedri sarebbe stato scatenato dal clima che la giovane viveva sul lavoro. A Sara sarebbero bastati 3 mesi in quel reparto per decidere di farla finita.

Ed è da questa tremenda storia che è partita l’inchiesta della Procura di Trento che vede indagati per maltrattamenti e abuso di mezzi di correzione e disciplina l’ex primario Saverio Tateo, già licenziato, e la sua vice Liliana Mereu, trasferita. Nei giorni scorsi sono stati ascoltati i primi testimoni, i colleghi di Sara, che hanno parlato davanti al gip Enrico Borrelli in fase di incidente probatorio. La vicenda coinvolge 21 persone tra medici, infermieri e personale sanitario che denunciano di aver subito maltrattamenti e mobbing. Sarà il giudice a stabilire la verità.

Anche Sara risulta tra le parti in causa. Anche se non c’è fisicamente a parlare per lei sono i messaggi, le lettere e i racconti del terrore che puntualmente faceva alla sua famiglia. Ed è per questo che anche sua sorella Emanuela è convinta che Sara si sia tolta la vita. “Siamo convinti che Sara abbia compiuto un gesto estremo perché abbiamo visto come si era ridotta – ha detto in un’intervista al Corriere della Sera – Mia sorella era vittima di mobbing e si era ammalata. Parlava con un filo di voce, non dormiva, non mangiava. Voleva liberarsi da un malessere. E poi Carabinieri e Procura, impegnati nelle ricerche, non ci hanno mai fatto sperare che Sara si trovasse da un’altra parte. È nel lago di Santa Giustina, vicino a dove è stata ritrovata la macchina. A marzo, quando le acque si saranno abbassate, riprenderanno le ricerche. Confidiamo nell’utilizzo dei cani molecolari. È tempo di risposte”.

Nei giorni scorsi l’ex primario Tateo in una lunga intervista a La Stampa aveva detto di non essere quel “mostro” che era stato descritto e che anzi alla notizia della scomparsa della ragazza era rimasto sbigottito, profondamente dispiaciuto, convinto che subito sarebbe stata ritrovata. A quasi un anno dalla scomparsa invitava i familiari a non perdere la speranza nel fatto che Sara potrebbe non aver fatto una scelta irreversibile. Ma Emanuela non ci sta e risponde dalle colonne del Corriere: “Tateo non ci ha mai telefonato, neanche dopo la scomparsa di una ragazza che aveva lavorato nel suo reparto. Leggere ora che la mia famiglia non deve perdere la speranza, che magari mia sorella non ha compiuto una scelta irreversibile, lo trovo indelicato”.

Racconta di sua sorella Sara prima di entrare a lavorare in quel reparto: “Sara era una persona educata, vitale, senza insicurezze, e volenterosa. L’ex primario Tateo, nelle dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri nell’immediatezza della scomparsa, l’aveva descritta come una ragazza educata e desiderosa di imparare. Viene istintivo chiedersi perché, in tre mesi di lavoro nel suo reparto, mia sorella abbia cominciato a sentirsi incapace e sia diventata tutt’altra persona da quella che conoscevamo”.

Nei giorni in cui sono iniziate le udienze per capire cosa succedesse realmente in quel reparto la famiglia Pedri si tiene in disparte perché “voglio che la verità emerga spontaneamente – ha detto Emanuela – In aula sta accadendo proprio questo. Sanitari in lacrime hanno raccontato di episodi angoscianti avvenuti anche prima dell’arrivo di Sara. Si è parlato della registrazione di un incontro inquisitorio dell’ex primario con una dottoressa”.

Emanuela porta così avanti al sua battaglia contro una pratica, quella del mobbing sul lavoro, che è fin troppo diffusa. E anche sottovalutata nelle sue conseguenze. “Il caso sollevato dalla sparizione di Sara ha toccato la collettività – ha concluso Emanuela – Ora porto avanti questa battaglia per lei, perché sensibilizzare sul tema del mobbing può salvare vite. Oggi Sara sarebbe qui, se qualcuno si fosse accorto prima di cosa accadeva. Bastava che una persona denunciasse al posto suo, se mia sorella non aveva il coraggio per farlo”.

E così dalla sua pagina Facebook lancia un’iniziativa: “Non fare la pecora, denuncia il mobbing”. “Se ti senti discriminato sul lavoro, prova a contattarci su questa pagina o al indirizzo mail”, recita la pagina dedicata. “Sara Pedri fin da piccola collezionava oggetti che riportavano la forma e l’immagine di un docile animale che amava tanto, la pecora – si legge sulla pagina – Oggi questo tenero animale diventa il simbolo della battaglia contro il mobbing. Si dice che Freud, intervistato in merito a quale fosse la ricetta per una buona salute psichica, rispondesse: ‘amare e lavorare bene’”. E infine: “Nasce, dunque, questo spazio, fortemente voluto anche dai familiari di Sara Pedri, con la finalità di aiutare e sostenere le vittime di questo fenomeno, attraverso ogni forma di sostegno ed assistenza”.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.