Al Sud gli infissi non hanno chiusure perfette, non c’è mai un vero inverno da tenere completamente fuori e poi, quando soffia la Tramontana, ogni resistenza è inutile: il freddo lo trova o lo crea un pertuso per mulinare gelido dentro casa, e i sudici se li porta via, sempre, il vento. A fine estate è l’Ostro a caricarseli, pecore sulle nuvole basse dell’orizzonte. Per l’Epifania appare il vento del Nord, spinge la gente verso le autostazioni. Albe di notti da tregenda, sere da fiato corto e una 106 Jonica di spietata bellezza sono le corone delle partenze. I calabresi vanno via col vento dopo il riposo di Natale, si riempiono dell’aria dell’anno nuovo per qualche giorno e chiudono le narici al deflusso. Staranno in apnea fino alla prossima calata.

Col vento, dopo la Befana, migliaia di donne che sono madri, sorelle, mogli, figlie, trasportano vettovaglie e affetto nei penitenziari sparsi per la Penisola che restringono gli oltre 10.000 detenuti calabresi fra i 60.000 e passa del totale. Il popolo calabrese è un gregge in pena che bascula fra innocenti e colpevoli, tutti condannati alla diaspora, innocenti e colpevoli, che infila in un buco nero decine di migliaia di vite l’anno, 400.000 per decennio. Basteranno trent’anni perché l’Avvento si concluda, l’ecatombe si compia. Dopo non ci saranno guerre da combattere per un mondo già morto, svaniranno i nemici da abbattere e le zolle, dagli altipiani dell’Aspromonte a quelli della Sila, saranno il trastullo dei venti.

Il Sud, gli intellettuali lo tradiscono spesso, lo raccontano con troppo ritardo, quando il tempo e il vento sono passati, e non c’è più rimedio al danno. Il contemporaneo, in buona o mala fede, lo si racconta come inganno, nascondimento di piaghe purulente in cambio di storie che forse sono edificanti o forse lo appaiono, soltanto. E le Sardine vanno a Riace, da Mimmo Lucano: a testimoniare il rifiuto dell’odio, del respingimento, a mostrare la diversità dal rancore. E gli uomini di buona volontà si preparano ad andare a Catanzaro per stare vicino a chi indaga. A Riace il bene lo si è affermato andando, quando lo si è ritenuto necessario, oltre la Legge. A Catanzaro lo si vuole affermare con la sola forza della Legge. Fra qualche anno non avrà importanza chi ha fatto bene o chi ha fatto male. Fra qualche anno i calabresi, i meridionali tutti, saranno l’aria tremolante di un orizzonte lontano e le battaglie di oggi, di Sardine e toga boy, avranno il valore di battaglie di retroguardia, lotte residuali.

Fra qualche anno gli infissi, nel Sud, non si faranno per niente, il non finito calabrese di adesso si trasformerà in rovine, e nemmeno il vento avrà gioia a invadere le stanze. Per l’Epifania le albe in Calabria sono il seguito di notti da tregenda, le sere hanno il fiato corto, la statale 106 si stende lenta verso Riace fra fiori d’agave appassiti e palle d’arancio cadute al suolo, lo Jonio diventa i thalasse, si fa femmina e partorisce i Bronzi. Sulla strada per Catanzaro si superano fiumare che covano ora il miele delle acacie ora il veleno dei roghi d’immondizia, le immagini che scorrono sembrano le pagine di un libro, è la 106, questo è il libro sul Sud che è stato, che è, che avrebbe voluto essere, fra le sue righe c’è ogni tipo di spiegazione, ci cova la fiaba e la tragedia, e pure la farsa antica che ha figliato la commedia moderna, si vedono sulle alture le magioni degli gnuri e sotto, negli acquitrini camuffati, le rughe dei partenti, sui muri di contenimento che hanno sbranato calanchi da sogno ci stanno infissi i manifesti elettorali con i nomi da incubo di una politica che è passata dai nonni ai nipoti.

E certo, se si guarda bene a ogni angolo di statale: al momento, la parte più debole non sta né a Riace né a Catanzaro. La parte più debole è quella che trascina cartoni con i viveri bastanti per i mesi a venire verso le fermate degli autobus, e di questa parte non c’è esercito che se ne accorga.