«La forma di questo Consiglio comunale rispecchia esattamente i suoi contenuti. È il risultato di una corrispondenza negativa tra forma e sostanza: sostanza scadente e forma sciatta. Siamo di fronte a una condizione di lazzaronismo e plebeismo delle istituzioni che altro non è che il segno di una crisi tremenda che avvolge la città». Non usa mezzi termini Giulio Di Donato, già numero due del Partito socialista e vicesindaco di Napoli, nel commentare l’imbarazzante circostanza verificatasi durante l’ultima seduta del Consiglio comunale di Napoli.

La Sala dei Baroni si è trasformata in toilette quando il sottofondo della discussione in assemblea è stato il rumore di uno sciacquone. Se fosse stata una candid camera avrebbe fatto anche sorridere, ma è accaduto davvero. E l’ilarità lascia presto il posto all’indignazione quando quel rumore inconfondibile sembra diventare l’emblema della città oppure quando, invece di discutere dell’emergenza Covid che è solo l’ultima delle spine nel fianco di Napoli, si pensa a fare scherzi da collegio di periferia. In questi momenti verrebbe da chiedersi a quale triste fine sia destinata  la terza città d’Italia, un tempo capitale del Mezzogiorno. «Durante un’altra seduta del Consiglio comunale – aggiunge Di Donato che per anni ha fatto parte del Parlamento cittadino – un consigliere fece anche di peggio, quindi lo sciacquone non è il primo episodio simbolo di una politica oramai alla deriva. L’ultimo avvenimento è l’effetto di una decadenza che viene dalla mancanza di idee e di progetti. Lo sciacquone rispecchia perfettamente la fine che ha fatto Napoli, amministrata da una classe politica priva di visione e strategie di sviluppo».

Già, Palazzo San Giacomo appare oggi come un castello abbandonato ma abitato dai fantasmi del buon governo della città. Idee, progetti e visione sembrano un lontano ricordo, soprattutto in un momento in cui il sindaco Luigi de Magistris è impegnato nella campagna elettorale in Calabria. «Napoli, negli ultimi dieci anni, si è distinta per il nulla assoluto – sottolinea l’ex vicesindaco Di Donato – Non c’è nulla di serio che sia stato fatto o almeno impostato. Le vecchie ferite sono tutte lì. Ci ritroviamo un Consiglio comunale che si è ridotto a distribuire un po’ di soldi, pochissimi direi, ai consiglieri, e un primo cittadino che ancora coltiva l’idea di coniare una moneta napoletana invece di pensare alle difficoltà concrete dei napoletani: viviamo una situazione raccapricciante qui e in tutto il Paese perché la politica è morta».

All’epoca di Di Donato, lo sciacquone tirato in videoconferenza o il disordine e la maleducazione che si vedono oggi durante una seduta del Consiglio comunale erano episodi inimmaginabili. «Ho fatto il consigliere comunale e l’assessore ai tempi di Almirante, Chiaromonte e Valenzi – ricorda l’ex vicesindaco socialista – e all’epoca c’erano delle regole da rispettare. Bisognava essere civili e vestiti in maniera decorosa. Questo faceva parte della cultura di tutti noi, ma è il sindaco che dovrebbe imporre delle regole. Le sedi istituzionali debbono avere una loro dignità e autorevolezza nei contenuti, ma anche nella forma». Lo sciacquone tirato giù durante l’ultima riunione del Consiglio comunale risucchierà anche l’amministrazione de Magistris? Sono in molti ad augurarselo, a cominciare da Di Donato: «Quello sciacquone è indice di lazzaronismo istituzionale, ma forse anche un segnale benaugurante per la città».