Da ieri i napoletani sono più tranquilli. Hanno avuto la conferma che Luigi de Magistris è vivo e lotta in mezzo a loro. Qualcuno temeva che fosse stato rapito sull’Aspromonte o che si fosse trattenuto sul lungomare di Diamante, in quella Calabria dove ora punta a farsi eleggere governatore. Invece il sindaco a distanza c’è e ha battuto persino un colpo realizzando il 12esimo rimpasto di giunta e nominando il 47esimo assessore da quando è alla guida di Palazzo San Giacomo.

La scelta è ricaduta su Donatella Chiodo, entrata a far parte dell’esecutivo cittadino al posto della dimissionaria Eleonora de Majo e con le deleghe a servizi sociali e digitalizzazione. Anna Maria Palmieri, l’unica sempre in giunta dal 2011 a oggi, è la nuova responsabile di cultura e turismo, mentre Marco Gaudini e Giovanni Pagano sono chiamati a occuparsi l’uno del Pronto intervento urbano e l’altro di contrasto alla povertà e relazioni internazionali. Insomma, de Magistris c’è, ma più che il capo sembra essersi ridotto a vigile urbano o a usciere di Palazzo San Giacomo: ormai non fa altro che regolare l’intenso traffico in entrata e in uscita dalla sala della giunta. Che poi la città cada a pezzi, come la chiusura prolungata della Galleria Vittoria dimostra quasi plasticamente, beh, quello è evidentemente un dettaglio. Da tutto ciò, però, non può che trarsi una conclusione tanto amara quanto evidente: i continui rimpasti di giunta e il progressivo azzeramento dei servizi ai cittadini sono la prova del fallimento della rivoluzione arancione sotto il profilo sia politico sia amministrativo.

In una città in fermento e prossima alla scadenza elettorale, però, ci si aspetterebbe una netta presa di posizione da parte delle opposizioni. Invece, almeno nella giornata di ieri, non si sono udite voci di protesta. Forse solo quella di Graziella Pagano, referente cittadina di Italia Viva che, tuttavia, non siede in Consiglio comunale. Per il resto, niente di niente. Zero. Dopo dieci anni, i partiti ancora non sono in grado di mettere in campo un’alternativa a de Magistris. A Napoli le forze di minoranza cercano formule politiche, si interrogano sulle alleanze, si contano in vista di una mozione di sfiducia al sindaco che difficilmente verrà approvata, ma di tracciare una strada per trascinare la città fuori dal baratro in cui è piombata non vogliono saperne. Tanto che ad analisti e addetti ai lavori, ma forse soprattutto ai napoletani, la domanda sorge spontanea: fa più danni un sindaco che cambia assessori in continuazione o un’opposizione che finge di indignarsi davanti alle assurdità del numero uno di Palazzo San Giacomo? Perché è di questo che si parla: Napoli è come Ulisse, costretta a navigare nelle tempestose acque tra Scilla che dilania e Cariddi che risucchia, cioè tra un sindaco che “scassa” tutto ciò che si può distruggere e una minoranza che amplifica la sensazione di declino facendo sfoggio della propria inconsistenza.

E allora bisogna sperare che la città riesca presto, proprio come Ulisse, a scampare alla furia dei mostri che minacciano di divorarla. Ben vengano le comunali, l’addio di de Magistris, l’elezione del nuovo sindaco e l’archiviazione del populismo inconcludente degli ultimi dieci anni, ma anche una minoranza più coraggiosa e meno ambigua, una nuova dialettica all’interno del Consiglio comunale e un rinnovamento complessivo della classe politica. Perché di un vuoto di opposizione, almeno pari a quello amministrativo, Napoli non sa che farsene.