«La Nato senza gli Usa è una tigre di carta». Difficile dare addosso a Donald Trump, inferocito su Truth contro i suoi alleati, al punto da chiamarli «codardi» perché non hanno risposto alla sua chiamata alle armi contro il regime iraniano. Difficile perché, dopo l’appello di sei Paesi amici degli Stati Uniti (Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Olanda e Giappone) rivolto a Teheran, affinché sblocchi lo Stretto di Hormuz e termini il lancio di droni, dal comando dell’Alleanza atlantica a Bruxelles è arrivato l’annuncio che la “Nato mission in Iraq” (Nmi) verrà “rimodellata”. In altre parole, si va via da Bagdad.

La conferma più evidente di questa intenzione si è avuta dal governo spagnolo, che ha già evacuato i suoi 300 uomini per ripiegarli presso la base aerea di Incirlik, in Turchia. Una decisione affrettata, quella di Sánchez, che rimanda al 2004, quando, dopo gli attentati qaedisti ad Atocha e il successivo cambio di governo Aznar-Zapatero, Madrid fu la prima ad abbandonare la “coalition of the willing”. Quella guidata da Bush e Blair contro Saddam Hussein. Fin dalla sua nascita nel 2018, la Nmi è stata un presidio in una terra di confine. Discendente diretta della Nato Training Mission-Iraq, sebbene con mansioni differenti, ha contribuito alla ricostruzione delle forze armate irachene e al loro addestramento, con la specifica finalità di contrasto dell’Isis. L’Italia stessa ha avuto un ruolo di primo piano nella missione Nato, con il comando nelle mani del generale Giovanni Iannucci (2022-’23), e ha contribuito in modo significativo alla parallela coalizione anti-Daesh “Operazione Prima Parthica”. La presenza in sé della Nato in Iraq è sempre stata una garanzia di sicurezza per il Kurdistan. Ha evitato che la Turchia eccedesse con le sue maniere forti. Si può perfino dire che, di sponda, abbia contenuto le ingerenze iraniane sul governo instabile di Bagdad. Insomma, la Nmi non ha fatto da semplice ufficio di rappresentanza dell’Occidente nel cuore della Mesopotamia.

Il suo ritiro, per quanto temporaneo, è un messaggio che Washington ha accolto nel peggiore dei modi. Fino a non molto tempo fa, agli occhi di Trump, la tigre di carta era la Cina. Oggi, l’attribuzione calza meglio a noi. È pure vero che abbiamo manifestato subito contrarietà al conflitto. Nella nostra visione disincantata del mondo, un regime change è un’operazione molto complessa. Chi si adopera per realizzarlo la pensa diversamente. Era così anche nel 2003 per l’Iraq di Saddam. D’altra parte, inserire, come ha fatto l’Unione europea, i Pasdaran nella lista dei terroristi implica anche un’azione di contrasto. Se non di annientamento. A Teheran c’è un governo che opprime, perseguita e uccide.

Tu vuoi toglierlo di mezzo? D’accordo. Allora sporcati le mani. Altrimenti la tua condanna sulla carta è un puro gesto di facciata. Ritirandoti, non solo dai ragione a Trump, ma abbandoni chi ha creduto in te per tanti anni e mostri al nemico tutta la tua debolezza politica. Cosa che, invece, non ha fatto Zelensky. Il presidente ucraino ha confermato l’invio nel Golfo di 228 suoi esperti militari, per addestrare gli eserciti locali nell’annientare i droni iraniani, con cui Kyiv ha a che fare dal 2022. Alla faccia di chi non ha le carte! Vedi poi le brutte coincidenze. Mentre il Pentagono annuncia l’invio di 2.500 marines e di altre tre navi nel teatro delle operazioni, la portaerei francese, Charles de Gaulle, viene localizzata nel Mediterraneo da un’app di fitness.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).