Un punto oltre il quale la luce sparisce completamente. Nessun riferimento visivo, nessuna percezione reale dello spazio, soltanto buio assoluto. È questo lo scenario descritto dagli esperti che conoscono la grotta sommersa vicino ad Alimathaa, nell’atollo di Vaavu, alle Maldive, dove hanno perso la vita cinque sub italiani tra cui un istruttore durante una drammatica immersione che ha sconvolto il mondo della subacquea internazionale. A raccontare cosa si nasconde in quelle profondità è Vladimir Tochilov, esperto sub russo che anni fa aveva esplorato proprio quella cavità con la sua compagnia Neva Divers. Intervistato dalla CNN, il diver ha parlato di un ambiente estremamente ostile e pericoloso, caratterizzato da passaggi stretti, camere multiple e soprattutto da una condizione che può mettere in crisi anche sub molto preparati: la perdita totale di orientamento. “Quando ci si addentra troppo nella grotta non si vede più alcuna luce. Da quel punto in poi bisogna muoversi nel buio totale”, ha raccontato Tochilov. Il sub ha descritto quell’ambiente come “un’oscurità inquietante”, nella quale la profondità non viene più percepita e l’uscita diventa impossibile da individuare. Secondo Tochilov, uno degli aspetti più pericolosi della grotta è proprio il momento in cui scompare la luce proveniente dall’ingresso. Fino a quel punto il cervello riesce ancora a mantenere un minimo orientamento visivo, ma appena la luminosità svanisce completamente il sub entra in una condizione completamente diversa. In acqua, senza riferimenti, l’essere umano perde rapidamente la percezione dell’alto e del basso. Ogni direzione può sembrare corretta e basta un singolo errore per allontanarsi ulteriormente dalla via di uscita. La cavità, lunga circa 200 metri, si sviluppa ben oltre i limiti previsti per le immersioni ricreative. Tochilov ha spiegato che servono addestramento tecnico avanzato, attrezzature specialistiche e una preparazione specifica per affrontare ambienti del genere. “Solo sub tecnici altamente preparati dovrebbero entrare nella grotta”, ha dichiarato.

I video pubblicati negli anni scorsi dalla compagnia Neva Divers mostrano tunnel sommersi stretti, pareti rocciose irregolari e ambienti dove la visibilità appare già ridotta anche con illuminazione professionale. In alcuni tratti i passaggi sembrano quasi chiudersi attorno ai sub, aumentando ulteriormente il senso di claustrofobia. Ma oltre alla difficoltà tecnica dell’immersione, gli esperti sottolineano un altro elemento fondamentale: ciò che accade alla mente umana in condizioni simili. Il cervello, quando viene privato improvvisamente di riferimenti visivi in un ambiente chiuso e profondo, può entrare rapidamente in una condizione di forte stress neurologico e psicologico. A profondità elevate entra in gioco anche la cosiddetta narcosi da azoto, fenomeno molto conosciuto nel mondo della subacquea tecnica. Respirando gas compressi ad alte pressioni, il cervello può subire alterazioni che compromettono lucidità e capacità decisionali. Gli specialisti descrivono questa condizione come una sorta di “ubriachezza degli abissi”. I riflessi rallentano, il ragionamento diventa meno lucido e la percezione della realtà può modificarsi. In alcuni casi il sub può sentirsi inspiegabilmente tranquillo, in altri può essere colpito da panico improvviso. Il problema è che, in un ambiente come una grotta sommersa, anche pochi secondi di esitazione possono diventare fatali. John Volanthen, ufficiale del British Cave Rescue Council e figura chiave nel celebre salvataggio della grotta thailandese di Tham Luang nel 2018, ha spiegato alla CNN che proprio il disorientamento potrebbe aver avuto un ruolo centrale nella tragedia delle Maldive. Secondo Volanthen, la narcosi da azoto e la perdita di orientamento potrebbero aver impedito ai sub italiani di ritrovare il percorso verso l’uscita una volta entrati nelle zone più profonde della cavità. Gli esperti spiegano che quando un sub entra nel panico il corpo consuma ossigeno molto più rapidamente. La respirazione accelera, aumenta il battito cardiaco e il cervello smette progressivamente di ragionare in modo lucido. In assenza di luce e punti di riferimento, la situazione può degenerare in pochi istanti.

Chi ha esperienza nelle immersioni speleosubacquee racconta che il buio totale rappresenta uno degli scenari più destabilizzanti per la mente umana. In acqua non esistono appoggi, non esiste gravità percepita come sulla terraferma e il cervello perde ogni riferimento naturale. Alcuni sub sopravvissuti a incidenti simili hanno raccontato di aver avuto la sensazione di girare in cerchio senza rendersene conto, mentre altri hanno descritto la sensazione di trovarsi “sospesi nel nulla”. Le analogie con altre tragedie del passato sono inevitabili. Nel mondo delle immersioni in grotta esistono diversi casi diventati simbolo dei rischi estremi legati a questo tipo di esplorazioni. Incidenti simili si sono verificati in Norvegia, Sudafrica, Messico e Stati Uniti, spesso con dinamiche molto simili: perdita dell’orientamento, esaurimento dell’aria, impossibilità di individuare l’uscita. Uno dei casi più noti è quello delle grotte di Plura, in Norvegia, dove diversi sub esperti sono morti dopo essersi disorientati nei tunnel sommersi. Anche lì gli investigatori parlarono di visibilità nulla e forte stress psicologico causato dall’ambiente chiuso. Molti ricordano anche il caso della grotta thailandese di Tham Luang nel 2018. Sebbene quella vicenda si concluse con il salvataggio dei ragazzi intrappolati, i soccorritori descrissero condizioni estreme, passaggi strettissimi e immersioni completamente al buio. Persino professionisti altamente addestrati raccontarono di aver vissuto momenti di forte pressione psicologica.

Nel mondo della subacquea tecnica viene spesso citata anche la tragedia di Bushman’s Hole, in Sudafrica, una delle grotte sommerse più profonde del pianeta. Anche in quel caso diversi sub esperti persero la vita dopo aver perso orientamento o lucidità nelle profondità. Le immersioni in grotta vengono considerate tra le attività più pericolose al mondo proprio perché non consentono una risalita immediata verso la superficie. In mare aperto, in caso di difficoltà, un sub può tentare di emergere. In una grotta sommersa questo spesso non è possibile. Davanti ci sono solo tunnel, pareti e oscurità. Le autorità maldiviane stanno continuando le indagini per chiarire l’esatta dinamica della tragedia. Al centro degli accertamenti ci sarebbero la profondità raggiunta dal gruppo, il percorso effettuato all’interno della cavità e le condizioni operative dell’immersione. Nel frattempo il caso ha riacceso il dibattito internazionale sui limiti delle immersioni estreme e sui rischi delle esplorazioni in ambienti profondi e privi di luce naturale. Perché, come raccontano gli stessi specialisti, in quelle grotte esiste un punto oltre il quale “non si vede più nulla”. E da lì, ritrovare la strada può diventare impossibile.

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Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format