«Getteremo le nostre reti dopo il referendum», era stato detto appena due settimane fa. Non ci ricordiamo più da chi. E se anche ce lo ricordassimo, oggi avremmo qualche timore a scriverne. Perché oggi quel dopo è arrivato puntuale. Archiviati i bagordi – in qualche Procura si è cantato, ballato e persino brindato – i cingolati si sono rimessi in moto. Le manette hanno ripreso a tintinnare.

Da Roma arriva l’ennesima inchiesta con gli effetti speciali. La Guardia di Finanza ha effettuato perquisizioni presso il Ministero della Difesa, Rete Ferroviaria Italiana, Terna e il Polo strategico nazionale nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma, sviluppo dell’indagine su Sogei, per presunti reati di corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite. Il Nucleo di polizia economico-finanziaria, su delega dei Pm, ha eseguito ieri perquisizioni nei confronti di persone fisiche e giuridiche collegate. Complessivamente risultano coinvolte 26 persone: tra loro generali della Difesa, dirigenti di società pubbliche e imprenditori. Al centro delle investigazioni – coordinate dai magistrati Giuseppe Cascini e Lorenzo Del Giudice – presunte irregolarità nella gestione di appalti informatici e nelle procedure di aggiudicazione.

Dentro questo quadro si inserisce il filone che riguarda l’imprenditore romano Francesco Dattola, ritenuto dagli inquirenti amministratore di fatto della Nsr s.r.l. L’accusa parla di fatture per operazioni inesistenti, fondi neri e presunte commesse corruttive per agevolare l’ingresso delle sue società in appalti strategici. Il meccanismo ipotizzato è quello ormai classico: fatturazioni fittizie, bonifici, acquisto di beni di lusso – orologi, in questo caso – e successiva rivendita su mercati paralleli per generare liquidità in contanti. Un circuito che, secondo la Procura, avrebbe prodotto un profitto illecito stimato in almeno 590mila euro. È la tesi accusatoria. Ambiziosa. Dettagliata. Ma tutta da verificare. Perché, ancora una volta, il copione è noto: prima il racconto investigativo prende forma nelle carte, poi si riversa nello spazio pubblico, infine chiede di essere creduto prima ancora di essere provato.

E intanto le reti vengono gettate anche altrove. Anche su di noi. L’avviso di garanzia è arrivato ieri mattina al Riformista. Non sorprende: lo avevamo scritto, ce lo aspettavamo. Viene riesumato un articolo del 2022 che riportava un’interrogazione parlamentare dell’ex ministro della Giustizia, Filippo Mancuso, su Roberto Scarpinato. Quattro anni dopo, ecco una convocazione in tribunale recapitata con urgenza. Negli stessi giorni, per l’ex direttore del Riformista, Piero Sansonetti, il pubblico ministero di Lodi chiede tre anni e mezzo di carcere per un articolo. Con un’aggravante che suona paradossale: l’imputato, secondo gli accertamenti, continuerebbe a scrivere. Il clima torna quello di Mani Pulite: la cultura del sospetto, le sirene della Polizia giudiziaria che arrivano ora in quel ministero, ora nella grande azienda. Le manette tintinnano ancora. Forse non per stringersi ai polsi degli indagati – di esiti è ancora presto per parlare – ma certamente per farsi sentire. Per ricordare che le manette ci sono, e dopo i brindisi, possono essere riprese in mano.

Intanto la Repubblica riferisce che Giorgio Mulé figurerebbe tra i nomi «negli atti di indagine». Non se ne sa niente di più, l’interessato non conferma e non smentisce. Proprio quel Giorgio Mulé che in campagna referendaria ha affrontato di petto più di un magistrato – memorabile il duello con John Woodcock da Corrado Formigli, su La7 – sarebbe finito dunque nella rete delle attenzioni delle Procure. Tu chiamale, se vuoi, combinazioni.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.