Il cerchio malato
Turetta, lo show del dolore e gli interessi di casta: non è il padre a dover chiedere scusa, ma i giornali e i fustigatori da social

Lo show del dolore ha raggiunto vette inedite. Il tradizionale trash è un ricordo di tempi felici ancora immuni dal peggio. Qualche volgarità gratuita, la zuffa da pollaio, il microfono che attende la madre della ragazza violentata. Preistoria. Oggi siamo alla profanazione del dramma più assoluto, cioè il primo colloquio fra due genitori disperati con il figlio assassino. Ciò che ha fatto Filippo Turetta è spaventoso. Nessuno potrà mai perdonarlo. Ed è per questo che suo padre e sua madre si inoltrano nell’assurdo per trovare le parole. Sono in una stanza vuota come il futuro di un giovane ossessivo ormai perso e destinato all’ergastolo. Sgomento, sensi di colpa, terrore di un possibile e imminente suicidio. Questi gli ingredienti ammucchiati sul tavolo che separa lui e loro. Le frasi che ne scaturiscono sono surreali come può esserlo un delirio. “Hai fatto qualcosa, però non sei un mafioso, non sei uno che ammazza le persone, hai avuto un momento di debolezza. Non sei l’unico. Ci sono stati parecchi altri. Però ti devi laureare”.
Oggi Nicola Turetta chiede perdono a tutti: “Ho detto tante fesserie, frasi senza senso, vi supplico, siate comprensivi”. Si completa così il cerchio malato di un Paese che capovolge la realtà. Non sono le istituzioni, i giornali, i fustigatori da social, a chiedere scusa a lui per aver violato la sua più sofferente intimità e poi averlo giustiziato sulla pubblica piazza. È lui a dover dar conto del suo incubo. Eppure, in ogni intercettazione rubata può esserci il seme di ciò che non siamo, di ciò che non pensiamo. Perché ogni intercettazione coglie solo un attimo, quindi spesso fotografa un impulso, un moto istintivo che dentro di noi non lascia segni, mentre se finisce sui giornali può lasciarli nella memoria di tutti. Un marchio indelebile, che si giustifica solo in casi estremi di interesse pubblico.
Ma l’interesse pubblico a conoscere il dialogo fra Turetta e i genitori era nullo. Il delitto era chiaro sin nei minimi particolari, anch’essi peraltro dati in pasto senza motivo alla morbosità pubblica. Il colloquio con i genitori non poteva aggiungere nulla, quindi si dovrebbe subito appurare chi e perché lo ha registrato, chi e perché lo ha passato ai giornali, e chi nei giornali ha anteposto il clamore della notizia ad ogni altra valutazione. Ma nessuno pensa ad intervenire sulla filiera che produce tali aberrazioni. Del resto, siamo nel paese dove i pur contenuti limiti alla divulgazione delle intercettazioni della riforma Nordio hanno fatto saltare sulla sedia il celebre sodalizio fra sinistra e toghe politicizzate. Una filiera che poi è sempre la stessa: magistrati e giornalisti. Dietro i continui capitomboli della civiltà giuridica ci sono precise azioni e precise scelte, non più giustificabili per i danni che provocano alla dignità delle persone ed anche ai processi, celebrati e scritti ormai fuori dalle aule di tribunale perché fondati non più su atti formali ma su apodittici giudizi morali. Pesa il trentennale vizio italiano di ritenere la giustizia non la funzione, pubblica e limitata, di repressione del reato ma la funzione, messianica e quindi potenzialmente priva di limiti, di bonificare e redimere una società intera.
L’Ordine dei giornalisti, per bocca del presidente Carlo Bartoli, censura “l’incursione nel dramma di genitori di fronte a un figlio che ha commesso un crimine terribile”, definendola “non essenziale per la comprensione dei fatti”. Servirà andare oltre, interrogarsi seriamente, in un confronto severo fra giornalisti ed editori, sulle responsabilità specifiche della catena redazionale che decide di pubblicare certa robaccia. Ma certo, la pronuncia dei giornalisti spicca rispetto al rumoroso silenzio del Csm e dell’Associazione nazionale magistrati, sul cui sito campeggiano serenamente gli strali contro la separazione delle carriere e l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Bisogna assolutamente fermarsi, e poi fissare delle regole e delle responsabilità. Le sanzioni non possono essere le lacrime di coccodrillo che grondano dagli stessi giornali che hanno provocato la voragine. Il Marchese del Grillo, nel celebre film di Monicelli, racconta alla sua ospite parigina di come la folla romana ami radunarsi in piazza per assistere alle impiccagioni: “Un divertissement, come andare al teatro”. Ma la difesa di una civiltà vale più dei gusti deviati di una massa informe che cerca colpevoli e ghigliottine. E non ci sono interessi di casta che tengano.
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