Scuola
Tutti in classe, quasi metà senza competenze: la scuola ha centrato il target sbagliato
Settembre riporta in aula milioni di studenti e la consueta propaganda di inizio anno. Il Rapporto INVALSI 2026 racconta però una storia diversa da quella celebrata dal Governo: i target PNRR sulla dispersione sono stati centrati, oltre il 92% dei ragazzi resta in classe, ma quasi la metà degli studenti di terza media e delle superiori non raggiunge la sufficienza in Italiano e Matematica.
Laura Scalfi, responsabile Scuola di ORA e direttrice del Polo Veronesi di Rovereto, legge quei numeri senza trionfalismi. «Il Rapporto va letto per quello che è: la fotografia di un sistema che ha centrato con anni di anticipo l’unico obiettivo su cui era finanziato, la permanenza a scuola, ma che non ha alcun obiettivo vincolante sulle competenze. Il calo della dispersione esplicita è un risultato vero e non va sminuito, ma è un dato di quantità, non di qualità». Il meccanismo ha un nome: «È il classico effetto Goodhart: quando un indicatore diventa un target finanziato, smette di misurare ciò per cui era nato».
Da qui la proposta di ORA: «sostituire il target di pura permanenza con un target di competenza: obiettivi pluriennali vincolanti sulla quota di studenti che raggiungono il livello di adeguatezza, definiti per scuola e per classe, pubblicati e collegati al finanziamento». Altrimenti, «finché l’unico numero che conta per il decisore politico è quanti ragazzi restano seduti nei banchi, avremo esattamente ciò che stiamo misurando oggi». Nella fascia alta le eccellenze in quinta superiore sono scivolate dal 18,3% al 13,1%. «Abbiamo perso 5,2 punti percentuali in sette anni: la distribuzione delle competenze si è compressa dall’alto», osserva Scalfi. «Aver ampliato la platea senza differenziare la didattica ha spostato l’insegnamento verso il centro-basso della classe». Le contromisure indicate sono gruppi di livello per Italiano e Matematica nel biennio, crediti universitari in quarta e quinta, pubblicazione del valore aggiunto e non delle medie grezze, e soprattutto una «carriera docente differenziata: senza un percorso che riconosca e retribuisca chi porta risultati, nessuna riforma didattica sopravvive».
Il segnale più allarmante arriva dalla primaria, dove la Matematica perde nove punti rispetto al 2019. «La seconda primaria passa da 73 a 64 punti, la quinta da 72 a 63. È un crollo che nessuna politica ha intercettato, perché interventi come Agenda Sud, Agenda Nord o i Tutor sono arrivati tardi e sono mirati sui territori, non sulle coorti». Servono il docente specialista di Matematica alla primaria e il «recupero intensivo in piccolo gruppo (tutoring ad alta dose), che va finanziato per coorte e non per territorio: il problema non è dove sono i bambini, ma quando sono nati».
Sul divario territoriale — al Sud raggiunge l’adeguatezza in Matematica il 41% dei maturandi contro oltre il 60% del Nord — la diagnosi non cambia: «La variabile non è quanto si spende, è come si spende». Non serve «l’ennesimo “piano straordinario”», ma il passaggio al finanziamento per studente con costi standard pesati sullo svantaggio, la condizionalità sugli esiti, incentivi contro il turnover dei docenti, e «tempo pieno e mense garantite al Sud non come misure assistenziali, ma come vera infrastruttura dell’apprendimento».
Anche sul digitale, dove il 36% dei maturandi resta sotto i livelli minimi nell’area sicurezza, la lettura ribalta il luogo comune sui nativi digitali: «la scuola insegna a produrre con il digitale, non a governarlo: formiamo utenti competenti ma cittadini digitali fragili». Le priorità: cybersicurezza come modulo curricolare valutato, certificazioni riconosciute dal mercato e «raccordo strutturale con gli ITS Academy, l’eccellenza del post-diploma in Italia che va fatta conoscere agli studenti ben prima della scelta di fine ciclo».
Sullo sfondo resta l’eredità della pandemia: «più i bambini erano piccoli nel 2020, peggiore e più persistente è il danno», e «il peggio del “long COVID educativo” arriverà alle superiori intorno al 2032». Il giudizio politico è severo: «Aver sacrificato i più giovani durante la pandemia e oggi lamentare i risultati dell’INVALSI è indice di scarsa onestà intellettuale». La riforma prioritaria, per Scalfi, sta a monte di tutte: «Vedere riconosciuto il diritto all’educazione e all’istruzione, dalla prima infanzia fino all’università, come un diritto universale e gratuito per ogni bambino e bambina». Con una condizione: «l’accesso e la qualità devono camminare di pari passo».
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