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Il centralismo scolastico è un bluff: perché serve la riforma della chiamata diretta
Analisi del collasso burocratico e la ricetta liberaldemocratica per salvare la scuola italiana.
I numeri previsti per l’anno scolastico 2026/2027 tracciano l’ennesimo ed inequivocabile bollettino di guerra che certifica il fallimento strisciante del centralismo burocratico statale: 46.826 cattedre vacanti in tutta Italia e un esercito di oltre 150.000 supplenti annuali chiamati a rattoppare le falle di un sistema al collasso. Più che un’istituzione di istruzione pubblica, la scuola italiana somiglia ormai a una tombola cieca gestita da algoritmi ministeriali, in cui a perdere sono la continuità didattica, il merito, la qualità dell’insegnamento e, soprattutto, gli studenti.
Il bluff del centralismo e dell’egualitarismo di facciata
Il più grande equivoco dell’attuale sistema scolastico è far credere che un impianto fortemente centralizzato garantisca pari opportunità e coesione sociale su tutto il territorio nazionale. Nei fatti, accade l’esatto contrario: il centralismo è un imponente bluff contabile e sociale che alimenta le disuguaglianze invece di colmarle.
L’egualitarismo retributivo — che impone lo stesso identico stipendio base a Milano o Belluno come a Crotone o Ragusa — ignora del tutto le profonde differenze nel costo della vita e del mercato immobiliare. Un insegnante che guadagna 1.400 euro al mese e deve sostenerne 800 per una stanza in affitto al Settentrione viene spinto sotto la soglia della sostenibilità economica.
Difendere lo “stipendio unico nazionale” non è un atto di giustizia sociale: è una condanna alla fuga perenne dalle sedi del Nord e un incentivo al ricambio costante di docenti.
Allo stesso modo, la finta democrazia delle graduatorie e degli algoritmi ministeriali non premia né l’esperienza reale né la preparazione didattica, ma l’accumulo spasmodico di punteggi ed espedienti: master “un tanto al chilo”, corsi online pro-forma e certificazioni acquistate a pagamento per scalare le graduatorie al Sud, per poi accettare la cattedra al Nord come una “tassa di soggiorno” temporanea prima del rientro a casa.
La spaccatura geografica: i numeri del paradosso
I dati sulla distribuzione territoriale dei posti scoperti tracciano un quadro paradossale:
* Settentrione (58,6% dei posti vacanti, oltre 27.000 cattedre): Le graduatorie provinciali sono del tutto esaurite. Gli istituti sono costretti a ricorrere sistematicamente alle Messe a Disposizione (MAD) per arruolare personale spesso privo di abilitazione. I picchi più drammatici si registrano in Lombardia con 12.104 posti scoperti e in Veneto con 5.130 cattedre senza titolare (con oltre 900 scoperture solo a Padova e 439 nel Bellunese).
* Centro (18,5% del totale, circa 8.600 cattedre): Le scoperture si concentrano prevalentemente sul sostegno e sulle discipline STEM.
* Sud e Isole (22,9% del totale, circa 10.700 cattedre): Il mercato dell’insegnamento è del tutto saturo. Le Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) e le Graduatorie ad Esaurimento (GAE) scoppiano di decine di migliaia di abilitati che si contendono pochissimi posti, alimentando la transumanza temporanea verso il Nord per maturare punteggio.
Quando un sistema rifiuta la selezione meritocratica e livella le retribuzioni verso il basso, applica una spietata forma di selezione avversa: la mediocrizzazione espelle l’eccellenza. I giovani più brillanti — specialmente nelle materie STEM e nelle scienze umane — scartano l’insegnamento pubblico per rivolgersi al settore privato o all’estero, dove le competenze vengono incentivate e valorizzate.
Il sintomo clinico di questo collasso è rappresentato dai dati INVALSI sulla dispersione scolastica implicita: oltre 1 studente su 2 esce dalle scuole superiori ottenendo un diploma senza aver maturato le competenze fondamentali in italiano, matematica e inglese. In diverse aree del Sud e delle Isole, la somma tra dispersione implicita e abbandono scolastico reale supera il 60% degli studenti arrivati all’ultimo anno.
La lezione del Veneto e la Ricetta Liberaldemocratica
Un’alternativa pragmatica esiste e proviene dal modello regionale. Di fronte alla carenza di medici, la Regione Veneto ha dimostrato che i problemi complessi si risolvono con la flessibilità: bandi mirati, ingaggi flessibili e benefit territoriali per attrarre professionisti. La scuola deve seguire la medesima strada attraverso tre pilastri liberaldemocratici imprescindibili:
1. Chiamata Diretta e Autonomia Scolastica: Abolizione di algoritmi e graduatorie infinite. Gli istituti autonomi (singoli o in rete) devono poter selezionare e assumere direttamente i propri docenti tramite bandi pubblici, valutando curriculum, competenze ed effettiva aderenza al Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF).
2. Carriera, Merito e Contrattazione Territoriale: Superamento definitivo del salario minimo statale fondato sulla sola anzianità. La retribuzione deve crescere in base al merito, all’aggiornamento e alle responsabilità (docenti mentori, coordinatori). L’autonomia finanziaria deve consentire di erogare indennità di sede e benefit (alloggi calmierati, bonus per aree montane o ad alta dispersione) per coprire il reale costo della vita.
3. Autonomia Finanziaria e Valutazione della Dirigenza: Trasferimento diretto del budget di funzionamento e del personale alle casse delle singole scuole, legando la valutazione dei dirigenti scolastici ai risultati di apprendimento, alla qualità dell’offerta formativa e all’efficienza della gestione.
Continuare a chiedere risorse a pioggia senza legarle all’autonomia, alle esigenze del territorio e alla valorizzazione del merito significa solo alimentare un colabrodo burocratico. Solo restituendo libertà, concorrenza positiva e responsabilità alle singole scuole potremo garantire un futuro di qualità all’istruzione italiana.
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