Ok al prestito da 90 miliardi per Kyiv
Le proposte dell’Ue per la crisi energetica: aiuti e voucher a imprese e famiglie
La Commissione Ue ha pubblicato le proposte per fronteggiare la crisi energetica in corso. Si tratta di una serie di aiuti di Stato e voucher che i singoli Paesi membri dovrebbero indirizzare a sostegno delle imprese energivore e delle famiglie. Non è nulla di vincolante e tantomeno di risolutivo. È come se un medico, di fronte al paziente con la polmonite, prescrivesse una tachipirina, peraltro senza l’obbligo di assunzione. Quello in corso è il terzo stress in sei anni per le catene globali di fornitura. Covid, guerra russo-ucraina e ora Hormuz non hanno insegnato nulla alla Commissione, presieduta sempre da Ursula von der Leyen. I balzelli che stanno lastricando questo nuovo ordine globale, da un lato, hanno messo in luce la mancanza di competitività dell’industria europea, dall’altro, hanno impedito all’Ue di darsi una strategia che le permetta di prevenire altre emergenze (che di sicuro ci saranno) e di potenziare e diversificare gli approvvigionamenti alternativi.
È con queste défaillance che i 27 Paesi membri Ue si incontrano tra oggi e domani a Cipro per il nuovo Consiglio informale. Sede delicata, visto che l’isola è di fronte al Libano in fiamme ed è stata presa di mira dai missili iraniani. I nodi strutturali da affrontare sono tanti. E molto probabilmente resteranno inevasi. Questo è il cruccio del presidente del Consiglio Ue, António Costa, che non riesce a spostare di un millimetro von der Leyen dalla sua inerzia. Il budget comunitario 2028-34 è stato presentato ancora a luglio 2025 e il relativo dibattito all’Europarlamento in pratica non è nemmeno iniziato. L’Ue ha messo sul tavolo 2 trilioni di euro senza avere le idee chiare su come investirli. I vari piani Draghi, Letta e adesso anche il nuovo report “Riconfigurare l’Europa in un’economia globale frammentata” dicono tutti la stessa cosa. Difesa, sovranità tecnologica e un equilibrio più realistico tra industria e ambiente.
D’altra parte, come biasimare la Commissione? Per mettere a terra questi libri dei sogni, ci vorrebbe un mondo in stand by, in cui nessuno fa nulla. Trump non provoca, le guerre non scoppiano, petrolio e gas restano a prezzi fissi. Una quotidianità bloccata perché l’Europa ha bisogno dei suoi tempi. La belle époque è finita, però. Degli amici non c’è più da fidarsi. I mercati a cui avevano delegato l’industria manifatturiera, perché ritenuta brutta e cattiva, ora ci tengono sotto tiro. Infine, in Commissione il clima di coesione è un lontano ricordo. La stessa emergenza è fonte di conflitto tra chi vorrebbe imporre una riduzione dei consumi degli idrocarburi e chi invece teme che un messaggio del genere potrebbe provocare irritazioni in settori strategici come trasporti e turismo.
Non tutto è un dramma, s’intende. Il via libera al prestito Ue da 90 miliardi di euro all’Ucraina è il lieto fine di una vicenda sbloccata solo con l’uscita di scena di Orbán. Per quanto va ricordato che, a dicembre, sia stato il Belgio a mettersi davvero di traverso. Altro che la lontana Ungheria sovranista! Un Paese fondatore dell’Unione, con strumenti di coercizione finanziaria molto convincenti, ha quasi compromesso la strenua resistenza di Kyiv di fronte all’esercito russo. Ora che il nodo è stato sciolto – si prevede un’erogazione entro 24 ore – è realistico pensare che l’Ucraina abbia la strada spianata per l’ingresso in Ue? Assolutamente no. I Paesi in lista d’attesa all’ingresso in Ue disapprovano l’eventuale scorciatoia che Bruxelles potrebbe concedere a Kyiv. Una volta tanto Serbia, Macedonia del Nord, Albania e Montenegro si trovano concordi. È un tema che l’Ue non può sottovalutare. Un allargamento accelerato, con dissapori tra le new entry, è proprio quello che non possiamo permetterci. La Commissaria all’allargamento, Marta Kos, ha invitato i governi nazionali a prestare attenzione al problema, mettendolo tra le priorità del Consiglio formale Ue di giugno. Ha ragione. Tuttavia, le va ricordato che, senza un indirizzo di Bruxelles, che implica l’impegno di una discreta quota di quei 2 trilioni di budget, i singoli Stati non possono fare un bel nulla.
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