L'editoriale
L’Europa dell’assurdo: contraddizioni, compromessi e il prezzo di non scegliere
«L’Europa vive delle sue contraddizioni», scrisse Albert Camus, il filosofo dell’assurdo, «è fiorita sulle sue differenze e, trascendendo costantemente se stessa, ha creato una civiltà da cui l’intero mondo dipende, anche quando la rifiuta». Camus era lo stesso che nel suo geniale romanzo d’esordio Lo Straniero, descrisse un condannato a morte apatico che aveva ucciso un arabo nella nativa Algeria senza motivo apparente durante una gita al mare. A condannarlo agli occhi della corte non è tanto l’omicidio quanto l’indifferenza. Un’apatia che, a ben vedere, è la stessa dell’Europa contemporanea: capace di restare stranamente indifferente fino a quando la Storia non le lascia altra scelta che agire.
L’Europa del dopoguerra ha fatto di questa attitudine contraddittoria una mentalità e un metodo. «Uniti nelle diversità», recita il nostro slogan a dodici stelle. Bello e poetico fino a quando puoi posticipare le decisioni difficili. Fino a quando puoi mescolare il bianco e il nero in qualche sfumatura di grigio. Tormentato e drammatico quando la Storia ti mette davanti ad un bivio e l’Europa deve scegliere da che parte stare.
Nell’ultima settimana abbiamo visto questo metodo in azione in due circostanze precise, entrambe concentrate nel Nord del mondo. Ed entrambe collegate alle pressioni smodate del bullo che occupa la Casa Bianca. La prima con il Canada, governata da un Primo ministro, Mark Carney che è di fatto l’alter ego di Mario Draghi, ex banchiere non di una ma di due banche centrali: l’über tecnocrate serio, poliglotta, preparatissimo, che potrebbe tranquillamente governare l’Europa se avesse avuto il passaporto giusto. Carney è stato uno dei pochissimi a mostrare fermezza e dignità nel trattare con Trump, al punto da pagarne serie conseguenze con l’imposizione di dazi punitivi.
Alla riapertura del Parlamento europeo la scorsa settimana, Carney ha ricevuto un’accoglienza regale. Ursula von der Leyen ha applicato senza indugi il modello Camus, proponendo al Canada di diventare il primo Membro associato dell’Unione europea. Che vuol dire? Un’associazione non corrisponde all’adesione all’Ue a pieno titolo, evidentemente. È una sfumatura di grigio che al momento non esiste. Perché, si chiederà? Alla maniera assurdista, perché il Canada ovviamente non è un Paese europeo.
In Groenlandia abbiamo visto la stessa logica in azione nel suo lato difensivo. Da ormai quasi un decennio Trump fa quello che fanno i bulli da che mondo è mondo: minacciare, provocare, intimidire. La piccola Danimarca, di cui la Groenlandia fa parte, ha prima provato la linea della fermezza («non siamo in vendita», hanno risposto per anni). Ha poi chiesto aiuto all’Europa all’inizio di quest’anno quando le mire americane cominciavano a superare il livello di guardia. Gli europei riuscirono ad evitare il peggio anche grazie ai mercati che segnalavano a Trump pesanti ripercussioni alle sue mire espansionistiche.
Dopo mesi di trattative, questa settimana danesi, groenlandesi e americani hanno firmato a New York l’intesa che chiude la querelle. Di fatto ampliando le conclusioni di un trattato già in vigore dal 1951, dando agli americani la prerogativa esclusiva di costruire nuove basi militari, cosa che già potevano fare. Altra soluzione alla Camus.
Non è difficile usare lo stesso metodo per capovolgerne le conclusioni: l’Europa muore delle sue contraddizioni e sfiorisce sulle sue differenze. Le stesse che le impediscono di essere protagonista quando i rapporti di forza si ridisegnano altrove: i leader di Cina e America si incontrano platealmente a Washington, mentre a New York si celebrano nello stesso momento i riti stanchi del multilateralismo agonizzante dell’Onu. La morale, prevedibile ma spietata, è che nel romanzo dell’Assurdo di questo tardo impero, tali scene sono mere note a piè di pagina.
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