Un bambino morto in una casa popolare senza i soldi per il funerale e una donna denunciata per aver rubato le offerte in chiesa, due storie tristi, italiane, di mancanza. La mancanza che rende faticosa la vita, la vita che a volte diventa dolorosa, insopportabile. La povertà è la polvere che si mangia il muro della dignità. La povertà peggiore è quella che si infligge, più di quella che si subisce. È povera una società che lascia morire i propri figli, più povera dei figli che muoiono. È povera la società che stringe le madri nel bisogno, più povera delle madri bisognose. Non serve viaggiare lontanissimo per trovare la povertà, per scoprire quanto sia povera la nostra società: basta scendere al Sud, entrare in un alloggio popolare della periferia di Reggio Calabria.

Due stanze ricoperte di muffa, l’odore intenso delle mancanze, il respiro affannoso di un bambino, un rantolo stanco che si spegne con la speranza di riaccendersi forte, ma altrove, lontano da noi. C’era un bambino malato, sopravviveva in un minuscolo alloggio popolare, la madre e altri cinque fratelli, insieme in un disagio umido. Era malato, è morto. Magari sarebbe morto uguale, pure in una casa profumata, calda. Ma è morto lì, nella tristezza asfissiante. È morto nel giorno in cui l’Italia festeggiava la liberazione, Reggio effigiava due palazzi con i murales di due eroi calabresi. È morto senza lasciare beni materiali, senza che la madre ne avesse. Mancanze. Colmate con la carità dei reggini. La madre ha lanciato un appello perché si raccogliessero i soldi, fare un funerale in cui non mancasse una bara, anche un po’ di fiori. E il popolo, naturalmente ha risposto. Poche ore e le offerte hanno colmato la mancanza economica, buona a portare al camposanto un bambino nato fragile.

E, a un centinaio di chilometri di distanza, sempre Calabria, sempre reggino: nella Locride una donna ha rubato in chiesa, dalla cassetta delle offerte, le forze dell’ordine ne hanno fatto brillante indagine, e tutte le testate informative locali ne hanno dato puntuale resoconto, «Donna delle pulizie ripuliva la cassetta delle offerte in chiesa -incastrata dai carabinieri», è uno degli strilli, tantissimi, con cui è stata riportata la notizia della denuncia di una donna delle pulizie che, in una chiesa della Locride, portava via i soldi offerti dai fedeli. E uno se lo immagina il prete che, accortosi degli ammanchi, corre in caserma.

E uno se le immagina le mobilitazioni delle forze investigative. Che, magari, il prete, visto che venivano usate le chiavi, avrebbe potuto cambiare la chiavatura, o avrebbe potuto parlare con la donna, capirne i bisogni, le motivazioni. Che, magari, pure i carabinieri, avrebbero potuto mettere il codice da parte, parlare col prete, pure con la donna. Che magari stiamo andando verso una deriva legalista. Che magari certe notizie potrebbero pure non essere pubblicate. E che, magari, ci sia una vasta materia umana che abbia bisogno di cuore, di parole, che tutto non debba per forza finire in caserma. Perché, forse, l’Italia ha la sindrome del faro, la luce la getta lontano da sé, per sentirsi migliore, e proprio non ce la fa a illuminarsi i piedi, a guardarsi per come è: povera, non per la povertà materiale. Perché continua a stare a occhi chiusi, a cuore spento, mancanze che non verranno ricomprese nel recovery plan.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.