Lo scaffale
“Una mattina gloriosa”, la Pastorale newyorkese di Monda
In questo “Una mattina gloriosa” (Mondadori), Antonio Monda ha dipinto un eclatante affresco della New York di inizio Novecento. È un po’ come la famosa copertina di “Sergent Pepper” dei Beatles ideata da Peter Blake e Jann Haworth, dove compaiono le immagini di persone famosissime insieme a quelle di sconosciuti: e da anni ci si diverte a riconoscerli. Con il tono semplice ma solenne tipo la voce fuori campo di “Quarto potere” di Orson Welles (un altro affresco), in questo ultimo libro della sua lunga saga americana Monda compie un’operazione complessa e allo stesso tempo lineare, raccontando personaggi – veri o inventati – cólti nella mattinata in cui devono raggiungere il molo 59 nella baia di New York, dove arriverà il mitico transatlantico partito da Londra che trasporta a sua volta personaggi illustri.
«Solo quando uscì per strada si rese conto di quanto fosse bella quella giornata, con il vento che gonfiava le bandiere a stelle e strisce. Il mare che bagnava New York non era mai stato così azzurro e il sole splendeva sugli edifici che sfidavano il cielo, sui volti sorridenti per quel giorno di festa, sulle onde arricciate da quella brezza gagliarda», è l’incipit sontuoso di un capitolo. Tutta questa gente, poveri e straricchi, autorità e disoccupati, belle donne e campioni di boxe, gangster e prelati, insomma le mille facce di New York, corre verso il molo ognuno con il proprio fardello: come sbarcare il lunario o come moltiplicare il capitale, come ammazzare qualcuno o trovare una redenzione. Una “pastorale newyorkese” nella quale l’umanità è frastagliata ma è come ricomposta nella generale ricerca di un senso. “Una mattina gloriosa” è un’elegia, ma un’elegia inquieta, di New York: città magnifica e scabrosa, la metropoli dei belli e dannati, delle rese dei conti, delle preghiere e delle rivoltelle, teatro di redenzioni sempre provvisorie e di cadute definitive.
C’è il Potere: i politici, ma non solo. Non a caso, aleggia tra le altre la presenza di William Randolph Hearst, il grande manipolatore dell’opinione pubblica, il cui fantasma si sovrappone a quello di Charles Foster Kane, quello appunto di “Quarto potere”: entrambi incarnazioni di un potere che seduce e consuma. C’è naturalmente il sindaco: «Un giornalista gli chiese: “Si è rimesso del tutto, signor sindaco? Ci aggiorni, è giusto che i newyorkesi conoscano le condizioni del loro primo cittadino”. William Jay Gaynor non aspettava altro: “Vede, caro Turow, non sono i problemi fisici quelli che mi preoccupano, ma le faccio vedere una cosa“. Sapeva di averlo conquistato ricordandone a memoria il nome, e continuò indicando uno squarcio sotto il mento: “Ho ancora una pallottola piantata nel collo, è inoperabile”. Fece una pausa: “Ne sono felice, sa, caro Turow? Questa pallottola è un memento della nostra fragilità e di come ogni cosa, anche quella che ci sembra più solida e certa, possa dissolversi in un attimo”.
Ci sono i poveracci, gli immigrati, come la coppia di italiani venuti dal paesino siciliano in cerca di fortuna, che per loro è semplicemente la dignità. E i falliti, come il direttore d’orchestra che non riesce a piacere, altro che Toscanini! E il rampollo della famiglia Frick che, invece di fare miliardi come il padre, vuole fare, e farà, il paleontologo. Sono tanti romanzi in uno, rivoli di un fiume in piena. Fianco a fianco, questo New York-mondo si ritrova sul molo. «”Eccolo!!!”. Applaudivano tutti, ormai, e il brusio si trasformò in un’ovazione, ma quel puntino non si distingueva, poteva essere qualunque cosa. Anche le autorità volsero il loro sguardo verso l’orizzonte, l’attesa era finalmente terminata. Oscar Tucci portò al sindaco un calice di champagne e poi lo fece servire agli altri ospiti. William Jay Gaynor continuava a guardare il puntino all’orizzonte, perplesso, ma Monique De Smet era assolutamente certa. Mentre dalla folla si alzava un nuovo, fortissimo applauso, lei urlò, commossa dalla felicità: «Guardate, eccolo lì, sta arrivando il Titanic!». La moltitudine di personaggi si snoda capitolo dopo capitolo con tutta la sua nuvola di inquietudine. E nell’aria limpida di Manhattan, in quella grande giornata, c’è qualcosa di livido, un’angoscia inspiegabile, un senso di morte.
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