Sarà giugno a dire se la ripresa del lavoro veneto ha gambe. Il primo quadrimestre si è chiuso con un saldo che fa notizia — più 42.044 posizioni dipendenti, 1.344 oltre lo stesso periodo del 2025 — ma è nelle settimane che arrivano, esaurita la spinta straordinaria dei Giochi di Milano-Cortina, che si capirà la differenza tra un’occupazione che cresce e una che si limita a rinnovarsi a ogni stagione. Non è una sfumatura contabile: è la distanza tra una ciclicità e prospettiva sulla quale investire.

I numeri vengono da “La Bussola”, l’osservatorio di Veneto Lavoro che fotografa il mercato sui dati Silv aggiornati a maggio. Il vicepresidente e assessore al Lavoro Lucas Pavanetto li ha letti come la conferma di una buona dinamicità, cresciuta nonostante l’incertezza geopolitica e le tensioni sullo stretto di Hormuz. Il quadro, in effetti, batte quello del 2025. Resta però sotto il 2024, da cui lo separano quasi 3.800 posizioni: la ripartenza esiste, ma non ha ancora ricucito il terreno perso negli anni precedenti. A spingere è soprattutto il Veronese, la provincia dove l’aumento risulta più marcato. L’industria conferma buone performance, trainata dal metalmeccanico e dal Made in Italy; il settore primario mostra segnali di recupero dopo mesi opachi; il terziario tiene, con numeri stabili e in linea con l’anno precedente. A frenare resta l’edilizia, dove il rallentamento prosegue senza inversioni di marcia — un dato che pesa, in una regione abituata a leggere nei cantieri il termometro della propria fiducia.

Il punto, però, non è quanto si assume, ma come. Delle quasi 49 mila assunzioni che le imprese venete avevano programmato per maggio — già in calo di circa cinquemila unità rispetto a un anno fa — il 78 per cento è a tempo determinato. Sul trimestre maggio-luglio le previsioni superano le 147 mila entrate, anche queste in arretramento di oltre settemila sul 2025, e solo una azienda su cinque dichiara di voler assumere. La macchina, insomma, gira; ma gira in larga parte a orizzonte breve, con contratti che raramente vanno oltre la stagione che li ha generati. La cautela la conferma la manifattura. L’indagine VenetoCongiuntura di Unioncamere, presentata il 22 maggio alla Camera di commercio di Venezia Rovigo, registra una produzione in aumento del 3,4 per cento su base annua, rilevata su un campione di circa 2.200 imprese e oltre 95 mila addetti.

Il segnale più istruttivo, però, non è la crescita: è che le aziende tengono gli impianti al 70 per cento. Producono di più e intanto si lasciano un margine, pronte a richiudere se energia e forniture torneranno a stringere i conti. È una fiducia con il piede sul freno, il contrario dell’euforia. Non è un caso che il verdetto cada adesso. Da giugno la costa — Jesolo, Caorle, Chioggia, Sottomarina — entra nel pieno della stagione e riversa sul mercato proprio quei contratti brevi che a luglio gonfiano le statistiche e a settembre le sgonfiano. È il mese in cui il Veneto assume di più e con meno garanzie, e in cui diventa più arduo distinguere l’impresa che costruisce una squadra destinata a restare da quella che tampona un picco e poi lascia andare.

Ma c’è una condizione quasi genetica da tenere presente. Il Veneto sulla stagionalità ha costruito una parte del proprio modello: il turismo costiero, i distretti, la manifattura diffusa lavorano da decenni a ondate, e quel respiro intermittente ha prodotto reddito, competenze, intere filiere. La questione quindi non è se il lavoro sia stagionale — lo è, e per ragioni che spesso funzionano — ma se la stagione apra un ciclo prevedibile, dentro cui chi lavora sappia cosa aspettarsi, oppure resti un movimento che si chiude su sé stesso senza depositare un mestiere. La stessa cifra, il 78 per cento a termine, può raccontare l’una o l’altra cosa. La risposta la consegneranno proprio le prossime settimane. Gli analisti della Bussola indicano in giugno il passaggio che chiarirà quanta della domanda odierna fosse congiuntura e quanta diventi struttura. Per ora il Veneto ha un saldo positivo e un punto interrogativo della stessa grandezza: 42 mila posizioni che esistono nei registri, e che solo l’estate dirà quanto pesino nella vita di chi le ha ottenute.