Autonomia è parola che nel dibattito pubblico italiano ha perso peso a furia di essere maneggiata. Da trent’anni si carica di significati opposti: bandiera identitaria, grimaldello istituzionale, spauracchio separatista. Nel frattempo, lontano dai riflettori, un’autonomia diversa ha messo radici proprio nella regione che di quella parola sembrava dover essere la bandiera, e ne è diventata invece la smentita più eloquente.

Il Veneto, patria di ogni rivendicazione autonomista, è anche la regione che con più naturalezza ha saputo fare a meno del centro senza proclamarlo. Non per spinta sovranista, ma perché ha scelto prima di altri un baricentro diverso da Roma: l’Europa. Un’autonomia di fatto, non di diritto. Non l’hanno scritta costituzionalisti, l’hanno disegnata i bilanci. Vive nelle fatture intracomunitarie, nelle filiere che legano i distretti veneti a partner tedeschi, polacchi, cechi, croati. C’è un’eredità storica raramente messa a fuoco. Il Veneto è terra di confine da mille anni, erede di una Repubblica marinara che trafficava con l’Oriente e di una provincia asburgica che respirava le arie di Vienna. L’Europa, tra Adige e Piave, non è mai stata solo un’istituzione di Bruxelles: è categoria geografica, culturale, produttiva. Il miracolo del Nordest, negli anni Ottanta, è stato il recupero di una geografia antica che la cortina di ferro aveva congelato.

Oggi, che ci troviamo dentro un tornante che fa tremare ogni giorno le certezze del libero scambio, quella scelta può pagare. La questione vera, per il Veneto, non è come e quando verrà applicata l’autonomia, ora sancita per legge. È se la classe dirigente, locale e nazionale, finalmente saprà accorgersi di quella che c’è già da molto tempo.

Spritz

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