«Viviamo in uno Stato di polizia. Votare sì al referendum per una giustizia giusta è indispensabile per riequilibrare i rapporti tra politica e magistratura: oggi la politica è sotto scacco della magistratura». Ne è convinto Nicola Quatrano, avvocato penalista con alle spalle una lunga carriera da magistrato.

Avvocato, il 12 giugno i cittadini saranno chiamati a votare il Referendum per una giustizia giusta: perché votare sì e mettere la crocetta su tutti e cinque i quesiti?
«Votare cinque sì è indispensabile per riequilibrare il rapporto che esiste da un lato tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato, e segnalare la necessità di un riequilibrio di questo rapporto assolutamente fuori dall’ambito della separazione dei poteri, dall’altro per riequilibrare il ruolo del pubblico ministero all’interno del processo. C’è una situazione di carattere generale che vede una magistratura, che comprende sia giudici che pm, avere una posizione sproporzionata di potere, di influenze, di capacità di incidenza nelle attività istituzionali e legislative. Ma c’è anche il problema del processo equo e nel processo equo occorre che una parte, ovvero il pubblico ministero, che oggi ha un ruolo assolutamente sproporzionato e preponderante, venga rimesso in linea».

Valutazione dei magistrati per la progressione di carriera: perché i diretti interessati dicono no?
«I magistrati sono abituati all’autoreferenzialità ed è una situazione comodissima. Quando devono fare le valutazioni sul loro operato, in pratica si fanno le autorelazioni in cui esaltano ovviamente la loro attività, dicono che sono bravissimi, eccezionali, fantastici. Poi c’è il rapporto del capo dell’ufficio che è di segno negativo solamente nel caso raro in cui ci siano scontri tra il magistrato da valutare e il capo dell’ufficio, altrimenti sono tutti ugualmente straordinari e magnifici. Questa è una situazione comodissima: se la cantano e se la suonano da soli. Ma non è una valutazione, è una farsa. Quello che è indispensabile, invece, è che ci sia una vera valutazione dell’operato del magistrato e la vera valutazione non possono farsela loro stessi e quindi la presenza di professori universitari, avvocati, ma io aggiungerei anche di cancellieri e di cittadini, sarebbe indispensabile. Questo perché la valutazione del magistrato deve essere fatta da chi ha a che fare con il magistrato e deve avere il senso della valutazione, non quello rituale di riempire dei fogli di carta indispensabili per ottenere un risultato scontato».

Quei magistrati, la stragrande maggioranza, che si sono scagliati contro la riforma della Giustizia, hanno paura del loro operato? Hanno, in qualche modo, paura di sé stessi?
«Sì, certo. Si valutano da soli. È chiaro che non vogliono che cambi questa situazione di comodo. È una forma di difesa dei privilegi della corporazione, ma i privilegi della corporazione non hanno niente a che vedere con le esigenze di una magistratura efficiente e soprattutto non hanno niente a che vedere con l’interesse dei cittadini che hanno il diritto di avere dei giudici capaci».

Dei cinque quesiti, a suo avviso, qual è il più importante affinché qualcosa cambi davvero nel nostro Paese?
«Sicuramente il quarto quesito: la separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti. Purtroppo nei fatti non riguarda davvero la separazione delle carriere ma è una forte limitazione della possibilità di passare dal ruolo di pm al ruolo di giudice e viceversa. Ma è un segnale indispensabile che deve essere dato dai cittadini perché l’obiettivo ulteriore che bisognerà poi raggiungere è quello di avere davvero un pubblico ministero che non abbia niente a che vedere con il giudice. Non si è mai visto e non si vede in nessun ordinamento del mondo un pubblico ministero potente come quello italiano, che decida della carriera dei giudici dall’interno del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Noi abbiamo un Csm unico per pm e giudici e abbiamo che la rete della Dda, una specie di FBI italiano, decide della carriera dei giudici. Questo significa che i giudici sono sottoposti ai pubblici ministeri. E questo è completamente fuori dal principio di autonomia e indipendenza del giudice, che oggi è condizionato dalla figura di magistrati particolarmente potenti. Nel sistema precedente, ci stava che il pm e il giudice facessero parte dello stesso corpo giudiziario e che ci fosse anche la possibilità di passaggio da un ruolo all’altro perché il pm dell’epoca non aveva il potere che ha oggi la Dda. La Dda è un vero e proprio corpo separato che ha collegamenti con le forze speciali di polizia: abbiamo un organismo che ha il potere della FBI, anzi di più, perché l’FBI non va a fare il pm nei processi. Nei paesi in cui è consolidato il principio di equilibrio tra poteri, l’FBI è potentissima ma è messa sotto esame, c’è chi la controlla. Soprattutto non ha poteri di decisione sulla carriera dei giudici. Quindi anche il singolo giudice, isolato, indipendente e libero come deve essere un giudice, ha la possibilità di dare torto a questi grossi centri di potere. Qui in Italia no. Oggi un giudice che dà torto alla Dda, alla rete delle procure italiane, rischia grosso sul piano della carriera. Rischia di farsi una nomea che lo ostacolerà. Questo è tutto il contrario dell’indipendenza e dell’autonomia del giudice. A noi interessa l’autonomia del giudice, non quella del Pm».

Per i cittadini cosa cambierebbe qualora venisse raggiunto il quorum?
«Sarebbe un segnale importantissimo che potrebbe dare forza a una politica che oggi è sotto scacco della magistratura. Oggi la politica non ha il coraggio di fare le riforme indispensabili per rimettere al loro posto i pm perché anche lei è sotto ricatto, così come i giudici. Ora se i cittadini con il loro voto dessero forza al legislatore, tutte le difficoltà che ha incontrato il ministro Cartabia per riforme di poco conto rispetto alle necessità, sarebbero in qualche modo superate e si rafforzerebbe la forza riformatrice della politica, del parlamento. È importante votare sì perché noi oggi viviamo in uno Stato di Polizia».

Come si spiega il silenzio sul Referendum?
«È estremamente complicato mettersi contro le Procure, è veramente rischioso e quindi solo alcune forze politiche lo hanno fatto, le altre cercano di non esporsi troppo. Ma anche questo dovrebbe farci riflettere perché un Paese nel quale i politici in privato dicono che la situazione è insopportabile e insostenibile e poi non hanno il coraggio di dirlo pubblicamente, è un Paese nel quale c’è qualcosa che non funziona».

Anche la stampa pare si sia ammutolita sulla questione Referendum…
«Gli organi di informazione sono complici, la connessione tra Procure e cronisti giudiziari è micidiale. Sono loro che fissano l’agenda politica e istituzionale, quindi i giornalisti, in parte, sono complici di questa situazione. Le Procure sono il più grande ufficio stampa del Paese. Le notizie che fanno vendere i giornali, le danno le Procure a certi giornalisti. Prima o poi andrebbe affrontata anche la questione della stampa assoggettata alle Procure».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.